Salutamassòreta

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Il faro



Stamani un'amica che non vedevo da anni, imparentata con quella famosa zia di Rontagnoppolo di Sopra (RdS) in quanto cugina di terzo grado del cognato del fratello di un carissimo amico che ha sposato in seconde nozze la nipote del marito di questa zia e poi è fuggito in Brasile con l'idraulico che era andato a riparargli una perdita nel bagno vicino alla cucina, ma poi s'è accorto che il guasto era in veranda e così sono scappati insieme... questa amica, vi dicevo, stamani mi ha telefonato per invitarmi alla cerimonia del varo di una nave da carico perché l'armatore le aveva chiesto di fare da madrina. Così mi sono preparato di tutto punto, e siccome il varo lo facevano sul mare, al porto, ho pensato di portarmi dietro anche l'attrezzatura da pittore estemporaneo per dipingere qualcosa a cerimonia finita. Arrivato al porto, però, non c'era ancora nessuno e così mi sono seduto sopra una bitta ad aspettare che arrivasse qualcuno. Ma, aspetta... aspetta... aspetta... quando verso sera ho visto che nessuno arrivava, ho pensato "Pazienza... anche se è tardi e le tenebre avanzano inesorabili, vorrà dire che dipingerò il porto, con i pescherecci e la città in lontananza"... 
Mentre disponevo sul cavalletto marino la carta e preparavo i colori, mi sono accorto che i pescherecci nel frattempo erano partiti e la città non si vedeva più perché si era fatto buio. Così ho dipinto a caso qualcosa, tanto per non restare con i pennelli in mano senza far nulla. Verso mezzanotte, siccome si era alzato anche il vento e mi stavo spettinando tutto, ho riposto l'attrezzatura nella borsa da impressionista acquistata a Parigi e mi sono avviato mestamente verso casa. Non potete immaginare la mia meraviglia allorquando ho tirato fuori il dipinto dalla borsa e mi sono accorto che invece del varo avevo dipinto un faro!
E pure brutto!

 

Quadri dipinti


Stamani mi sono svegliato prestissimo. Alle 5 o poco più. Per colpa dei soliti... problemi "idraulici", ai quali probabilmente si è aggiunto il fatto che ieri, Ferragosto, sono rimasto in casa tutto il giorno "buttato" sul divano a leggere le lettere tra Seneca e Lucilio. Interessanti, belle e attuali fin che vuoi, ma alla fine mi sono addormentato. Mi ha svegliato la mia Signora, prima di cena, preoccupata che il "ciccione ridens" nordcoreano dalla buffa capigliatura avesse dichiarato guerra al mondo, e che l'altro, l'Americano, non avesse sufficientemente criticato le virginiane intolleranze razziali di Charlottesville.
Così è probabile che l'aver dormito troppo ieri e le ferali notizie quotidianamente propinate dalla stampa tutta, abbiano turbato i miei sonni, peraltro di solito tranquilli, facendomi destare prima del previsto. E per di più pensando alla mia sempre più probabile e imminente, data l'età, dipartita. 
Questo fatto, però, badate bene, non mi spaventa in quanto tutto quanto finisce, me compreso. Però mi preoccupa. Che fine farà il mio blog? Chi avviserà chi mi segue che non troverà più le mie vignette... i miei schifosi acquerelli, e tutte le cazzate che di solito scrivo compresa questa? E se mi dovessi risvegliare in una casa più piccola... tutta la roba che ho dove la metterei? E le batterie dalle macchine fotografiche? Chi le toglierà, prima che perdano l'acido? E tutti i quadri che negli anni ho dipinto, che fine faranno? Troveranno chi li apprezza, o invece finiranno col secco - almeno quelli ormai asciutti - dentro il camion della spazzatura? Addirittura ancor prima che qualcuno abbia potuto vederli...
Perciò stamani mi è venuta un'idea: fotografare una parte dei miei lavori e metterli sul blog. Così almeno voi li potrete vedere, e naturalmente criticare dicendomi, tanto non mi offendo "caro Cecco (Dotti, per gli intenditori), questo fa schifo... quest'altro è carino, però al buio è più bello... ma perché invece dei pennelli e dei colori non ti sei comprato una canna pesca...", e via di questo passo. Allora, siete pronti? Bene, iniziamo con la prima carrellata: alcune "Nature morte" a olio, dipinte negli anni '90, un paio delle quali su carta, nelle quali credo siano riconoscibili uva, brocca con melanzane varie e un pomodoro, mele con melanzana e limone...






In quegli anni andavo in vacanza a Santa Teresa di Gallura e lì avevo conosciuto un signore di Roma, anche lui in vacanza con la moglie e il figlio. Diventammo subito amici, e quando scoprimmo che ci univa la stessa passione per la pittura non passava giorno che non andassimo in giro a dipingere armati di tele e cavalletti "da campagna". Vittorio, si chiamava così (e spero che si chiami ancora perché è da molto che non ci sentiamo), era molto bravo e il suo modo di rappresentare la Natura, con rapidi e sicuri colpi di pennello, senza indugiare nei particolari ma sintetizzando al massimo, mi piacque da subito. Da lui imparai tecniche nuove, e di questo ne fui felice perché era generoso e non mi lesinava mai utili consigli dei quali cercai di far tesoro.
Questa che ho trovato nella scatola stamani, e che vi mostro qua sotto, è una "marina" a olio su cartone che lui ha dipinto e che, insieme a tanti altri suoi lavori, nel tempo mi ha regalato. 
I colori, dati "a corpo" con la libertà e la disinvoltura del professionista, come vedete sono brillantissimi, a differenza dei miei in verità più opachi e "gessosi"... 


Nei prossimi giorni, siccome ho un altro paio di scatoloni da disfare, vi mostrerò altri quadri di Vittorio. Del quale credo di poter fare anche il cognome, perché non c'è niente di male: Marrè Brunenghi. Così si chiama.
I quadri che seguono, quasi tutti dipinti insieme a lui in giro per la Gallura, rappresentano stazzi e campagne nei dintorni di Santa Teresa: la chiesa di Buoncammino... Val di Mela... Litticchedda... e poi gli stazzi Nieddu e Caresi, sempre in Val di Mela... E poi qualche marina...










Da Vittorio, per esempio, ho imparato a sintetizzare alberi e macchia mediterranea racchiudendoli in spazi rotondi, ai quali ho cercato di dare (se ci sono riuscito) profondità e spessore giocando sulle tonalità di colore secondo l'asse luminosità-opacità-saturazione... Un po' come nella fotografia, perché alla fine le differenze sono minime...




Termino questa lunga carrellata, con la quale spero di non avervi annoiato, con tre lavori sempre di quegli anni: una campagna di cm. 8 per cm. 50; una veduta del paese di Perfugas (SS), e l'ultimo che ritrae i pini di un tratto di spiaggia del Poetto, a Cagliari.
Se domani sono ancora vivo e nei prossimi giorni la salute mi regge, presto ve ne mostrerò degli altri. Un caro saluto a tutti, e se ne volete comprare qualcuno per farmi arrotondare la pensione basta chiedere...
Buon fine settimana! 

Ferragosto



L’altra mattina mi sono svegliato scoprendo di essere più incazzato del solito. Me ne sono accorto allorché, complice il caldo atroce che da giorni ci opprimeva e di notte non ci ha fatto chiudere occhio, ho tentato invano di far mangiare una manciata di semi di girasole al pappagallo per le incontinenze notturne che ho sotto al letto, convinto che, in quanto pappagallo, ne fosse ghiotto.
Poi, lasciato perdere il pappagallo schifiltoso, ho aperto le finestre al nuovo giorno e, vista la magnifica giornata di sole, mi sono fatto coraggio. Ho fissato nel profondo delle pupille la mia Signora, e le ho detto ghignando: “Basta, con la paura del traffico e delle file! Oggi si va al mare! E ci andiamo prima che arrivi Ferragosto, così troviamo le spiagge libere e freghiamo tutti!”.
Così abbiamo infilato a forza i due sgabelletti da spiaggia dentro la Panda color “giallo ottimista”, l’ombrellone grande, due asciugamani, la borsa-frigo con le bevande dissetanti, la scatola nera del nuovo progetto ministeriale “Guidi sicuro se eviti il muro”, il navigatore satellitare usato e acquistato su internet che mi avverte in gaelico degli autovelox e delle file, e ci siamo avviati felici come pasque verso i desïati lidi.
Per l'occasione avevo preso con me, non si sa mai, anche la nuova “Piantina degli Ingorghi e dei Lavori in Corso”, stampata appositamente per i turisti, con allegato il “Vademecum del Sopravvissuto alle Code e alle Buche”. Poi, a 30 all’ora, dietro una colonna infame diretta verso il mare, ci siamo trovati quasi subito imbottigliati per 45 minuti nella fila formatasi agli svincoli e alle rotatorie, non segnalata dal navigatore usato che ha solo la mappa dell’Alta Brianza scritta in iraniano antico.
“Oggi ci facciamo un bel bagno nelle acque cristalline del golfo!”, ho gridato esultante alla mia Signora imboccando contromano lo svincolo per Marebello ed evitando una carovana di cicloturisti affiancati per quattro che mi hanno gridato dietro parole incomprensibili, tranne una indirizzata a mia mamma.
Arrivati nel borgo di Quisisuda verso le 11, superati tre ingorghi rapidi da soli 25 minuti cadauno e attraversato il centro dell’amena cittadina in meno di mezz’ora, finalmente potevamo dire di avere a nostra disposizione l’intero litorale. Verso le 13,30, sotto un sole di rame a 40 gradi che non se ne poteva più dal caldo,
abbiamo visto in lontananza qualcosa che luccicava e che vagamente ci ricordava il mare. "Vado a vedere com'è il posto. Tu aspetta qui. Torno subito!", ho detto alla consorte dopo aver parcheggiato la macchina in quadrupla fila con le ruote davanti dentro la cunetta fino al parafango incamminandomi verso quella che doveva essere una spiaggia. Arrivato a destinazione, mi ha festosamente accolto la muraglia umana di bagnanti con ombrelloni, sdraio con bagnanti, pedalò a due piani muniti di scivolo e trampolino olimpionico, telefonini squillanti, ambulanti abusivi semoventi carichi fino all'inverosimile e mamme urlanti "Gianfilippo, mettiti subito i braccioli", "Pier Ugo, devi aspettare tre ore prima di fare il bagno!", "Guidubaldo, controlla tuo figlio perché è sparito sott'acqua da dieci minuti e io sono impegnatissima a cambiarmi il profilo su feisbùc!".  
"Strano", ho pensato, "un amico ci aveva detto che qui avremmo trovato facilmente posto; che lui c’era stato due volte, a dicembre e a marzo, e non aveva trovato nessuno". Già, ma ora siamo in agosto e, nonostante la crisi sbandierata ai quattro venti, lì, dove diceva il mio amico, c’erano solo posti in piedi. Intanto, a proposito di venti, se n’era levato uno di scirocco, mostruoso, le cui raffiche fortissime facevano volare via ombrelloni, stuoie e sgabelletti, lasciando solo i pedalò a due piani, i bagnanti coi telefonini e i venditori abusivi semoventi.
Così, alle due del pomeriggio, siamo tornati sulla strada con un sole a piombo che scioglieva l’asfalto. Abbandonati sul ciglio della strada i sandali, la cui suola si era nel frattempo vulcanizzata col manto bituminoso della SS 125, evitando i miraggi e raccomandandoci ai santini da collezione
acquistati in edicola che ho sul cruscotto, – prima uscita sei santini, più una vite del Jumbo Jet, a € 1,99 –, abbiamo deciso di rifugiarci all’ombra di una pineta qualsiasi, da quelle parti numerose lungo il litorale. Però non avevamo tenuto conto che da qualche anno le amministrazioni locali hanno la facoltà di imporre un pedaggio per molti accessi al mare, pinete comprese, e se non hai quella che si chiama una botta di culo a trovare un ingresso libero, se devi parcheggiare l'auto ti devi svenare. 
A meno che tu non decida di lasciarla lungo la carreggiata, prima dell’ingresso, farti un paio di chilometri a piedi sotto il sole carico come un mulo alpino e poi passare il resto della giornata a pregare che nessuno nel frattempo ti abbia fatto la multa per divieto di sosta. Anche se l’hai parcheggiata bene e hai lasciato lo spazio sufficiente per due Tir.
Ma chi se ne frega! ho pensato. In fondo, la giornata era ancora all'inizio, avevamo i panini col salame, l’acqua fresca, gli sgabelletti e gli asciugamani. Così, ci siamo infilati in una polverosa stradina sterrata in mezzo al bosco e finalmente, senza pagare pedaggi e altri esosi balzelli, verso le 15.30 siamo giunti ai margini di una pineta a caso, proprio sul mare che lambiva una bassa scogliera aguzza di punte rocciose disseminata di croci, nei pressi della borgata di Lu Bagnu Disperatu.
Il vento di scirocco intanto era rinforzato, il mare spumeggiava e gli spruzzi ci arrivavano addosso. Una ventata, più forte delle altre, mi ha fatto volare via lo sgabelletto scagliandolo sulla portiera della Panda sempre meno ottimista e, proprio mentre aprivo il panino per chiedere alla mia Signora se mi poteva aggiungere una fettina di salame in più, la malefica folata scirocchesca mi ha portato via tutte le altre fette lasciandomi il panino vuoto. Sono stato salvato solo dalla generosità della consorte, che mi ha dato una parte del suo al quale era volata via solo la metà del coperchio lasciando per fortuna intatta l’imbottitura salamesca.
Finito il “pranzo” e dato fondo a tutte le bevande, non potendo fare il bagno per le condizioni del mare e della infìda scogliera, fatta almeno la pipì (non controvento, perché non sono mica scemo!), abbiamo deciso che forse sarebbe stato meglio rientrare a casa. 

Incazzati come iene e col fegato a pezzi, io, la mia Signora e la Panda ormai giallo epatite, abbiamo preso la via del ritorno.
Giunti a casa verso le 19, nella fresca penombra delle pareti domestiche e sotto una doccia ristoratrice, ci siamo abbandonati a una isterica risata liberatoria sognando spiagge deserte e mari meravigliosi.
Francesco Dotti (turista a caso)


Santa Teresa di Gallura



Questa è - o dovrebbe essere - una scogliera qualunque a Santa Teresa di Gallura. Forse, nei pressi di Capo Testa...
Anzi, a proposito del nome di questo ridente e rinomatissimo paese della Gallura che si affaccia sulle Bocche di Bonifacio e che da un po' di tempo molti chiamano "Santa Teresa Gallura", omettendo, secondo me, un utilissimo "di", ritengo opportuno chiarire alcune cose. 
Prima di tutto, non secondo me ma secondo l'Italiano corretto, la preposizione semplice "di" in questo caso serve a introdurre il complemento indiretto di denominazione. Ovvero, più semplicemente, indica che Santa Teresa si trova in Gallura... che appartiene alla Gallura. E poi, agganciandomi a questa precisazione, colgo l'occasione per dire che sarebbe ora di finirla con tutti questi revisionismi, compresi quelli di boldriniana memoria a proposito dei titoli professionali abbinati al genere: "assessora", "sindaca", "consigliera" e via dicendo - che categoricamente mi rifiuterò di usare, a meno che non mi sia consentito, nel caso in cui chi guida il camion o l'autobus o l'areo fosse di genere maschile, l'uso di "camionisto", "autisto" o "piloto". E mi fermo qui.
Per venire, invece, alla modestissima pittura - o sciacquatura di piatti, come sarebbe giusto definirla - della quale mi disonora la pubblica condivisione, sappiate che l'ho realizzata in quattro e tressette oggi, prima di pranzo, tra i languori di stomaco e i morsi della fame. Tanto più che per ferragosto, che per me e la mia Signora è uguale al ferraprile o al ferraluglio, siamo rimasti a casa come facciamo da anni...




Il procedimento è semplice: col matitone grasso (di colore blu) che si vede nella foto ho tirato le linee del disegno, poi ci sono ripassato sopra col pennino intinto nell'inchiostro stilografico. Infine, dopo aver aspettato che l'inchiostro asciugasse, ho acquerellato velocemente il tutto con due pennelli: uno piatto e uno tondo (rosicchiato dai topi), cercando di non sporcarlo troppo con l'inchiostro che, bagnato, si sarebbe espanso (si può dire, o è meglio sparso?). 
Ah... dimenticavo... la carta. Che vi devo dire della carta? Mi pare che fosse un cartoncino - di quanti grammi non lo so perché non l'ho mai pesato - trovato sul fondo di una scatola di biscotti acquistata per fare un regalo di Natale a qualcuno, e che invece ci siamo mangiati noi perché erano troppo buoni.
Per gli auguri, invece dei biscotti, gli ho mandato un messaggino su wozzap. Tanto oggi si usa così...
  

Visitazione Luca della Robbia


Luca della Robbia - La Visitazione (terracotta invetriata, 1445 ca.)

Alcuni giorni fa, un'amica di Pistoia, Paola, mi ha gentilmente inviato questa stupenda immagine. Si tratta de "La Visitazione" (l'incontro della Madonna bambina con la cugina Elisabetta, madre di Giovanni Battista), opera in terracotta invetriata di Luca della Robbia, realizzata intorno al 1445 per la chiesa di San Giovanni Fuorcivitas (Pistoia). 
fonti:

La magnifica composizione, dopo essere stata esposta al Museum of Fine Arts di Boston e alla National Gallery of Art di Washington, è tornata nella città d'origine (Pistoia: Capitale della Cultura 2017) dove dal 21 luglio al 7 gennaio 2018 resterà esposta nella chiesa di San Leone, recentemente restaurata. 
fonti:

Grazie, Paola, e grazie Pistoia! 

Federico Maria Sardelli Stefano Caprina




Storie e personaggi nei ricordi di uno strano organizzatore


Attenti a quei due!



 Colti, allegri e irriverenti, nel 1996 Stefano Caprina e Federico Sardelli giunsero al Campionato della Bugìa da curiosi ambasciatori del Sodalizio Mvschiato regalando genio e fantasia a molte altre edizioni


di Carlo Bartolini



Straordinario come una rara congiunzione astrale. Questo ancora penso dell’incontro con Federico Sardelli e Stefano Caprina (Capras) negli irripetibili anni in cui ho dato una mano, l’altra, i piedi, la testa e soprattutto il cuore come Direttore-artistico-tuttofare (sob!) del “Campionato Italiano della Bugìa”. Incuriositi ambasciatori del Sodalizio Mvschiato, arrivarono alla festa piastrese nel diluvio del ’96 omaggiandomi di un’amicizia profonda tuttora rivelatrice di connotati inediti e comunque diversi da quelli che celebrano Sardelli eccezionale musicista-fumettista e “Capras” valente grafico-umorista. Indimenticabili protagonisti di straordinarie edizioni della festa piastrese, da amici fraterni ancora si divertono a tratteggiare le umane debolezze sul palco della vita, trasformando i nostri difetti in storie assurde condivise con una risata che ridimensiona quanto, di sacro o profano, la vita stessa ci offre. Per questo ho pervaso i ricordi su “il Metato” della loro simpatia ben sapendo come, nel Sodalizio, sia imprescindibile baluardo il primo, e prezioso Camerlengo che vivacizza anche gli inevitabili momenti di stanca, il secondo. 

Stefano Caprina (Capras) e Federico Maria Sardelli

Federico arrivava alla “Bugìa” con un’auto blu facilmente identificabile dalle decalcomanie dei “Poponi diacci marmati”, delle “Pere spadone” o da quella, enorme sul lunotto posteriore, indicante un “Divieto di sosta per movimentazione poponi”, e finiva sempre la sua partecipazione disegnando, ormai al tramonto, altre cosette simili ad alcuni giovani, immancabilmente presenti. Non ho mai saputo chi fossero né da dove venissero ma, pensando arrivassero per quel rito finale, mi avevano fatto capire che l’occasione era troppo ghiotta per non chiedere a Federico qualche vignetta per la sezione grafica. Lui, svolazzante nei lunghi riccioli vaporosi, ogni volta educatamente annuiva ben sapendo che mai avrebbe potuto mantenere l’impegno: troppi i concerti da dirigere con frac e calze rosse in omaggio a Vivaldi, troppe le lezioni di musica da tenere e troppi i fumetti da preparare per “il Vernacoliere”. Così quando dissi “Vengo a trovarti e mi disegnerai qualcosa sul momento!” accettò la sfida come una proposta liberatoria.

 Federico Maria Sardelli


 Stefano Caprina (Capras)


Quella mattina del 24 luglio ’99, le scale della sua casa nel quartiere più fiorentino di tutti erano irte e strette come un viottolo di montagna, così quando lo vidi ad attendermi sul pianerottolo, cercai di trattenere l’affanno per l’ardua salita. Nella sala i flauti, rigorosamente allineati nelle bacheche di legno, assistettero al nostro saluto e quando mi volsi, incrociai lo sguardo dei tanti personaggi dipinti, appesi sul muro, che ci osservavano da cornici stupende. Erano i ritratti di Bernini, Voltaire e altri luminari che subito, non avevo riconosciuto. Notai, invece, la bella libreria stipata di tomi e mi complimentai, per sorprendermi nuovamente quando aggiunse “L’ho costruita io, come le vetrinette dei flauti”. Poi, scherzando, gli chiesi quale antiquario di San Frediano avesse depredato di tutti quei quadri antichi, e ancor più vacillai alla sua pacata risposta: “Li ho dipinti io…” disse. Rimasi seduto in mezzo a quegli sguardi importanti fin quando tornò dalla cucina, dove stava preparando “anche” il pranzo. In mano aveva una piccola tavoletta che non capivo cosa fosse “Li ho fatti con questi…” e poi, disorientandomi ancor più, aggiunse “…sono i colori primari e servono per ottenere tutte le sfumature”. Quei mucchietti di bianco, rosso, giallo e celeste aggrappati come naufraghi al pezzetto di compensato dalle mancate sembianze di una tavolozza, sprigionavano un’irresistibile magìa; a essi si aggiungeva, solitario e in disparte, un mucchietto di verde che lui prontamente motivò “…quello l’ho comprato perché me ne serviva un bel po’ per il ritratto di Checche, con la fascia tricolore da Sindaco!”
Prima di sedersi al minuscolo tavolo che, davanti alla finestra, si apriva sul vocìo della strada, sorridendo, mi confessò “…sai cosa rispondo quando i genitori dei miei allievi di Musica ossequiosamente mi domandano se sono parente del Sardelli che disegna sul Vernacoliere? Falsamente indispettito faccio un cenno di diniego e cambio discorso!..."
Poi accese lo stereo e, sulle note di Vivaldi, strappò il foglio lungo la piega; vergò la carta con veloci e leggeri tratti di matita per poi ripassarli, arricchiti nel segno, intingendo nella minuscola boccetta di china, un pennino di antica memoria miracolosamente fissato al mozzicone di un’altra matita, sbocconcellata in cima. La chioma fluente ormai ondeggiava di musica nei riccioli vaporosi e sembrava guidare la mano mentre colorava, sfiorando con il rosso e il blu di una datata matita bicolore, gli agognati disegni che avrei esposto, trionfante, a Le Piastre nella minuscola piazza, in mezzo al paese.

 Stefano Caprina e Federico Maria Sardelli, al XXI° Campionato della Bugìa di Le Piastre (PT)

 Attestato di partecipazione (fasullo) al XXI° Campionato della Bugìa del Sardelli

 Stefano Caprina al Campionato della Bugìa

Quella domenica d’agosto del ’98 faceva davvero caldo in autostrada ma Stefano, sua moglie, Giorgio e il figlio Edoardo erano immancabilmente in viaggio verso la “Bugìa”; poi, pensando a Federico che doveva arrivare da Firenze, interruppero la monotonia dell’assolato tragitto, telefonando per sentire dove fosse. Quello piastrese era un appuntamento imprescindibile per la loro amicizia di Sodali poiché costituiva un motivo fondamentale per ritrovarsi di nuovo, tutti insieme; ma al telefono, il volto di Giorgio si crucciò d’improvviso e “…sappi, che questa la pagherai cara!” sentenziò prima di chiudere definitivamente la comunicazione. Poi rivolto a Stefano, che gli sedeva accanto “Ha detto… martedì ho un concerto in Sicilia… voi sapete quanto temo i viaggi in aereo e così… mi dispiace… ma parto oggi, in macchina… anzi, scusatemi anche col Bartolini…”

Stefano Caprina (Capras), caricatura automobilistica del Sardelli
 
Alla cena, dopo la festa, i camerieri fremevano impazienti di sparecchiare quando Giorgio si alzò in piedi, richiamando l’attenzione con un battito di mani. Poi, nel più assoluto silenzio, disse “Quella di oggi è stata una Bugìa stupenda… però, qualcuno ci ha tradito!”. Stefano gli andò vicino al centro della stanza, mentre i commensali si guardavano esterrefatti e inquieti, con i dubbi di mille perché. Nella sala si diffuse una musica solenne e gli sguardi si fermarono sul drappo tricolore che copriva qualcosa, in alto sul muro, alle spalle della bizzarra coppia. 

Da sinistra, il Maestro Fremura, Caprina e Sardelli (in preghiera...)

Era tutta la sera che da lì incombeva, angosciante, sulla lunga tavola degli invitati, ma nessuno aveva osato scostare quel panno, né chiederne spiegazioni. Quando la musica cessò, Giorgio riprese con enfasi il discorso “A tradirci è stato Federico Maria Sardelli che, impunemente, oggi non è qui con noi!”, poi continuò “Così per condannare il suo grande affronto al popolo della Bugìa, con l’autorità conferitaci dal Sodalizio Mvschiato, lasciamo in pegno al vostro paese e più precisamente al Bartolini che ne sarà depositario, questo…” a quelle parole, con la complicità di Stefano, fece imperiosamente scivolare giù il drappo e, finalmente, fra gli applausi, si scoprì… il quadro! Era di Federico che lo aveva dipinto per una strana mostra, ma per la casualità (o meno) delle circostanze, la bauliera dell’auto di Stefano lo aveva portato fin lì, dove tutti adesso ammiravano l’improbabile ritratto di Checche, con la fascia tricolore da Sindaco.

 Federico M. Sardelli - Ritratto di Checche

Il dipinto fu staccato dal muro e, consegnandomelo, il Borzacchini ufficialmente sentenziò “Il traditore, l’infimo Federico Maria Sardelli, per riprendere questo quadro, dovrà venire a Le Piastre il 13 gennaio, giorno di Sant’Ilario, patrono del paese e, nella neve, scalzo e inginocchiato sui ceci armeni, chiedere pubblicamente perdono del suo misfatto!” 
Nel ristorante avevo pensato a uno scherzo di pochi minuti, tanto per continuare nel segno della “Bugìa” pomeridiana; invece, quando tutti furono andati via, percorsi la discesa verso casa con il prezioso lascito sotto il braccio. Imbarazzato, mi frullavano nella testa dubbi e timori “Ma davvero avrei dovuto tenerlo lì? E poi… per quanto tempo? E se a Federico fosse servito, come faceva a riprenderlo con tutti i suoi impegni? O magari lui veniva, e io… mica abitavo lì tutto l’anno! E se l’avesse presa con me perché avevo tenuto il quadro?”. Comunque, dovevo chiamarlo e quando il mattino seguente gli telefonai sapeva già tutto. Che, fortunatamente, l’aveva presa bene lo capii quando, alla fine, gli scappò un ghignante quanto inconfondibile “…Maledetti!”. Il quadro rimase in casa di mia zia ben oltre la neve di Sant’Ilario; così venne l’estate e con essa la “Bugìa” del ’99 a cui tornò anche Federico trovando esposte nella piazza le vignette che mi aveva disegnato il mese prima a casa sua; poi, sul palco, senza nessuna penitenza ché in fondo quell’anno sabbatico era stato una pena sufficientemente lunga, riebbe anche il quadro. Finita la festa, lo chiuse nella bauliera della sua auto con cui stavolta era precauzionalmente arrivato insieme a Tommaso; e poi via, al ristorante per festeggiare Fremura in quell’edizione stupenda. Dopo gli abbracci partirono tutti e già mi stavo incamminando verso casa orfano del gruppo di amici, quando Beppe, il proprietario del ristorante, mi richiamò “Carlo, hanno lasciato questo per te!…” disse chinandosi dietro al bancone del bar da cui sollevò, porgendomelo trionfante, di nuovo… il quadro! “…è stato il ragazzo di Firenze, quello coi riccioli… come si chiama?… Sì, lui… Tommaso!”. Ricordai allora quando, a metà della cena, il malandrino aveva chiesto a Federico la chiave dell’auto per prendere la maglia, ché aveva freddo; ma nella bauliera, con quella scusa e d’accordo con Stefano, il furfante aveva preso anche il dipinto, lasciato poi a Beppe con la solenne promessa di consegnarmelo quando fossero stati ormai lontani. Così puntualmente era avvenuto e il giorno dopo telefonai di nuovo a Federico che “…Stramaledetti!” ghignò ancora, mentre l’impertinente ritratto di Checche, con tanto di fascia da Sindaco, rimase un altro autunno, un altro inverno e un’altra primavera gelosamente custodito da mia zia. Poi, con l’estate tornarono la “Bugìa” del 2000 e anche Federico che, seppur mi fossi abituato a vedere alle Piastre l’enigmatico sorriso di Checche, si riappropriò del maltolto. Cercai di convincerlo a lasciarmelo ancora un po’, ma a nulla valsero quelle suppliche tant’è che lui, sorridendo, mi rispose “Quando torni a trovarmi, sono disposto a darti qualsiasi altro quadro… ma questo no!”

  Il dipinto di Checche, sul palco della Bugìa

Nel ’95, a divulgare il ritorno della “Bugìa” ci aveva aiutato Lucia Prioreschi, l’amica giornalista entusiasta della nostra montagna che ebbi la fortuna di conoscere alla cena di Casamarconi dopo la festa, e che continuai ad apprezzare arrivando alla redazione pistoiese de “Il Tirreno” con il fiatone per l’interminabile scalinata. Purtroppo rimase con noi solo pochi anni e quando ci lasciò orfani del suo bonario sorriso, mi fu facile ideare il premio a lei intitolato; lo proposi al caposervizi Alberto Vivarelli che, con gli occhi lucidi, mi rispose “Lo assegneremo al bambino più bugiardo… a lei piacevano tanto!”. Anche Cosimo e Tommaso erano saliti sul palco della mia prima “Bugìa” e, con la loro esuberante gioventù, avevano portato una ventata di gioiosa simpatia nell’affollata piazzetta del paese. Quando, con i saluti, ci demmo appuntamento all’anno seguente, le ombre della sera si erano ormai allungate silenziose a cancellare i profondi dubbi e le grandi incertezze di noi, inesperti organizzatori. Mantennero comunque la promessa e la proverbiale domenica del ’96, entrarono nel flagellante diluvio giungendo da Cortina, dove erano in vacanza. Rimasero con noi tutto il giorno familiarizzando poi, durante la cena, con Federico, Stefano e Checche di cui portarono via il ricordo dell’estemporanea declamazione da novello dottor Zivago.



 Stefano Caprina, Federico M. Sardelli e, a sinistra sullo sfondo, il Maestro Alberto Fremura, durante una cerimonia del "Sodalizio Mvschiato"
  
Del racconto che segue mi erano giunti da Stefano echi incerti, approssimativi e apparentemente favoleggiati ma a Firenze, quella calda mattina del luglio ’99 in cui mi consegnò i bramati disegni da esporre a Le Piastre, fu Federico a farmi capire che se “il destino mescola le carte per farci giocare”, il gioco di Tommaso era cominciato quando la sorte aveva inventato il diluvio in cui conobbe Federico, Stefano e Checche. Poco tempo dopo quella memorabile cena, li aveva infatti invitati alla serata di gran gala in cui suo padre presentava l’autore delle sculture generosamente collocate nel giardino della loro villa, sulle colline fiorentine. Si presentarono al cancello del parco all’imbrunire e il mazziere così li annunciò “Federico Maria Sardelli, direttore d’orchestra ed esperto di musiche vivaldiane!”, “Igor Chekovskij, musicista e compositore ucraino!” (il nostrano Checche di Montenero), “Giorgio Cavedàni, docente di lingue straniere all’Università di Pisa!” (Stefano). Era stato Tommaso a ribattezzarli passando quei nomi all’imperturbabile nocchiero che, deferente, aveva indicato la villa alle sue spalle; così, mentre le torce illuminavano il loro inquieto e sorpreso incedere sulla ghiaia del parco, qualcuno nel bizzarro terzetto, pensò “…stavolta è davvero andata!”. Fra i convenevoli e i sorrisi dei numerosi invitati, venne loro incontro Tommaso che richiamò l’attenzione del padre presentando quegli ospiti, tanto illustri. La serata trascorreva tranquilla nella soffusa musica di sottofondo, fra il garbato discorrere degli importanti commensali vicino ai tavoli ricolmi di libagioni e le discrete risatine delle signore quando, all’improvviso, il padre di Tommaso chiese un attimo di attenzione. Poi, nel più assoluto silenzio invitò accanto a sé lo scultore motivo dell’importante raduno e lo presentò entusiasticamente agli intervenuti, fino allo scrosciante applauso finale. Gli omaggi del padrone di casa sembravano finiti, ma invece continuò “Ringrazio le numerose autorità e i tanti personaggi che hanno voluto onorarmi della loro presenza però questa sera, un doveroso ringraziamento, lo devo anche a mio figlio che ha portato fra noi Federico Maria Sardelli, direttore d’orchestra ed esperto di musiche vivaldiane; Igor Chekovskij, musicista e compositore ucraino e Giorgio Cavedàni, docente di lingue straniere all’Università di Pisa”. Un altro applauso si levò alto nel cielo di quella sera stellata, prima che continuasse “Pertanto invito queste tre celebrità a venirmi vicino, per onorarci con un saluto!” e giù, di nuovo un applauso. Ricordo ancora la faccia stranita di Federico nel raccontarmi quell’inatteso momento di notorietà e non mi è difficile pensarla come quelle, allora, altrettanto inquiete e sorprese di Stefano e Checche. A ogni modo, risposero all’improvviso invito e si presentarono doverosamente sulla scena. Per Federico (il più fortunato, perché Tommaso gli aveva lasciato vero nome e ruolo) tutto fu facile, ringraziò dell’attenzione congedandosi dagli astanti con parole di circostanza; ma quando fu la volta di Checche, si guardarono imbarazzati e dubbiosi, prima di riuscire a dire “Purtroppo, l’amico ucraino non parla la nostra lingua…”. Credevano di aver risolto tutto con quella scappatoia e, invece “…questo non è certo un problema vista la presenza del professor Cavedàni, celebre poliglotta!” aggiunse ancor più entusiasta il padre di Tommaso.

 Checche, mentre interpreta Igor Chekovskij
 
Un brivido insolente e beffardo corse loro lungo la schiena e mentre vedevano crollare ogni certezza di averla fatta franca, tornarono con la mente a Le Piastre, alla sera in cui l’impavido Checche sorprese i commensali della cena bugiarda, con gutturali fonìe da novello dottor Zivago. Per la spietata legge dei numeri, si domandavano come potevano uscire indenni da quella situazione se già lassù, con pochissimi commensali, c’era stato chi era riuscito a smascherare l’avventato ucraino del loro amico. 
Comunque, sedettero al malefico tavolo del destino e cominciarono a giocare. 
Igor Chekovskij iniziò, con enfasi, la sua titanica impresa, mentre Stefano traduceva, imperterrito e in simultanea, gli improbabili concetti di quello sconosciuto e improvvido proclama, “Il maestro Chekovskij è felice di partecipare a questa serata fiorentina e… ringraziando della generosa ospitalità… spera di poterla ricambiare, un giorno… mettendo a vostra disposizione una slitta e… la sua dacia, nella steppa sconfinata… ancor più stupenda nel lungo e freddo inverno ucraino!”. Poi, quando gli applausi assunsero i definitivi connotati del trionfo, si guardarono intorno increduli per non aver trovato qualcuno che, con incedere sicuro, avesse messo fine all’incauta esibizione. Con somma invidia di Federico, nel successivo e cordiale pubblico discorrere, Checche fu addirittura contattato per un concerto nel senese ma, puntualmente tradotto da Stefano, declinò il cortese invito con la scusa dell’imminente ritorno nelle sue gelide terre d’origine.

 Federico M. Sardelli, Carlo Bartolini e Stefano Caprina

La serata volgeva ormai al termine quando, di nuovo una signora, si presentò al loro cospetto e con deferente discrezione chiese ”…ma quel discorso era davvero in ucraino? A me pareva…”. Sul viso di Checche si dipinse, improvvisa, una smorfia; poi tenendosi la pancia con una mano come il Necchi nella scena del vasino in “Amici miei”, si rivolse sottovoce a Stefano che prontamente le rispose “Scusi… il Maestro ha un bisogno impellente…!” 
Finirono così quell’insolita serata e il racconto di Federico nella sua casa fiorentina. Poi ci fu l’occasione di svelare tutto a “Segreti e bugie”, la trasmissione di RAIUNO condotta da Raffaella Carrà e Michele Cucuzza, il sabato sera: da organizzatori della festa piastrese eravamo invitati a svelare una recondita bugìa ma, dopo aver interpellato i protagonisti dell’irriverente orditura, andammo in diretta con i personaggi di un’altra vicenda. Federico e Stefano preferirono infatti lasciare rispettosamente inalterata, nel ricordo degli ignari padroni di casa, l’illusoria soddisfazione della visita di un celebre direttore d’orchestra, di un grande musicista ucraino e di un altrettanto famoso interprete pisano…


da "Le avventure di Sciàron e Zulèika", di Stefano Caprina (o Capras, che dir si voglia)


Incipit


…è stato un bel MERDAF: sempre più anziani, sempre più decimati, sempre più prossimi alla morte ma ugualmente coglioni & lieti.

Federico Maria Sardelli, 20 Marzo 2013



Nel 1996 giungemmo a Le Piastre ove il Bartolini, sua madre e la zia ci rifocillarono con salumi Baluganti e fresca Orangina. Con un patto di satira ci giurammo amicizia perché era destino fondere un sodalizio che, nonostante perdite dolorose, ancora resiste. Lì abbiamo conosciuto personaggi fantastici che pensavamo solo nelle favole di montagna e il profeta Checche vaticinò bene “Vorrà dire che s’è fatto una bella girata…”. Ed era vero.

Il Camerlengo “Capras”, 12 Agosto 2016

 

Stefano Caprina, conosciuto col nome d'arte di “Capras”, è nato a Livorno nel 1955.
Dopo gli studi in architettura, per un’innata creatività e grandi doti nel disegno ha intrapreso l’attività di grafico pubblicitario realizzando famosi loghi industriali e celebri campagne commerciali. Conosciute anche le sue ideazioni di calendari fra cui quelli della Pescheria Voliani di Livorno e quello del CRAL Breda di Pistoia e apprezzate le sue collaborazioni a pubblicazioni varie come, appunto, la copertina e il progetto grafico de “I campioni della bugìa”, il libro realizzato da Carlo Bartolini nel 1998.


Stefano Caprina (Capras)
fonti:

Direttore dell’orchestra “Modo Antiquo” (da lui fondata) è flautista di strumenti storici, compositore, pittore, incisore, vignettista, musicologo, ricercatore e concertista in prestigiosi festival di musica antica. Nel 1997 e nel 2000 suoi CD hanno avuto la nomination ai Grammy Awards (gli Oscar della musica) negli Stati Uniti. Scrittore dei libri “La Musica per Flauto di Antonio Vivaldi”, “Quaderni vivaldiani” e “L’affare Vivaldi” con cui ha vinto il Premio Comisso, è anche autore umoristico de “Il libro Cuore (forse)”, “Trippa”, “Proesie”, “I miracoli di Padrepio”, “Le più belle cartoline del mondo”, “Paperi in fiamme”, “Saggi di Metafisica neorazionalista” e “Rassegna stanpa”. Illustratore satirico dei libri del Borzacchini e di molti altri, collabora al Vernacoliere sin da ragazzino e, passando dalle vignette di Amelia e Corinna ai fumetti di Mago Afono, Omar, Clem Momigliano, il Bibliotecario, le Madonne, il Paglianti e l’Omino della Merda è diventato così noto che sono sorti suoi “fans club” in varie parti d’Italia. Nel 2015 ha ricevuto il Premio “Città della Satira” a Forte dei Marmi.



Federico Maria Sardelli, mentre dirige l'Orchestra "Modo Antiquo", da lui fondata
https://www.youtube.com/watch?v=TDBWHs43IzE
fonti: