Salutamassòreta

Salutamassòreta

Copyright

L'intero contenuto del sito, comprendente scritti, disegni, vignette, illustrazioni, fotografie non può essere né copiato né replicato su altri siti web, riviste, giornali, CD-ROM o altri tipi di supporto senza il consenso dell'Autore. L'autorizzazione deve essere richiesta per iscritto, via-posta elettronica, direttamente a francescodotti@alice.it e si ritiene accettata solo dopo esplicito assenso scritto dell'Autore.
Il silenzio, pertanto, non significa "assenso" e non dà diritto ad alcuna autorizzazione.
Grazie

The entire contents of the site, including writings, drawings, cartoons, illustrations, photographs can not be copied or replicated on other websites, magazines, newspapers, CD-ROM or other medium without the permission of the Author. The permit must be obtained in writing, via e-mail directly to francescodotti@alice.it and it is considered accepted only after explicit written consent of the Author.
The silence, therefore, does not mean "consent" and does not entitle it to any authorization.

Thanks

Thanks

Avvertenza

Alcuni testi o immagini inseriti in questo blog potrebbero essere tratti da internet e, pertanto, considerati di pubblico dominio. Qualora, però, la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'Autore, vogliate comunicarlo via email.
Saranno immediatamente rimossi.
L'Autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link, né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.
Creative Commons License
Tutte le opere e le immagini di questo blog sono pubblicate sotto una Licenza Creative Commons.

Cagliari impianti bromo



Un'altra delle mie... schifezzuole, tanto per non perdere del tutto la mano! E poi, a essere sinceri, il bromo mi piace poco. Se però dentro ci mettiamo i tortellini, allora il discorso cambia. Voglio vedere chi è capace di resistere, davanti a un bel piatto di tortellini in bromo.
Salutatemassòreta!

Molentargius sali di bromo



Questa dovrebbe essere la fabbrica dei sali di bromo. Dico "dovrebbe", perché anche se mi pare di averlo letto da qualche parte tuttavia non sono sicuro al ciento per ciento... In ogni caso, ammettendo che lo sia, il prodotto che allora ne usciva, oltre che puzzare, serviva, come il piombo tetraetile, per abbassare il potere antidetonante della benzina aumentandone il numero di ottano ed evitando così il fenomeno dell'autoaccensione. A tale proposito, ricordo che molti anni fa una mia lontana cugina che aveva da poco comprato una cinquecento usata, una mattina decise di uscire per provarla. Si vestì da cugina che deve provare l'auto e andò in garage. Salì in macchina, girò la chiave nel quadro d'accensione, tirò prima la levetta dell'aria, poi quella della messa in moto e... mise in moto. Poi partì per il giro di prova. Arrivò fino a Forlì, girò a destra per Bagnacavàllo, poi Verolanuòva, Mortàra, Pievepèlago e Forlimpòpoli. Arrivata a Forlimpòpoli, si fermò e disse: "Corbézzoli, e adesso che ci faccio a Forlimpòpoli se abito a Sinalùnga? La macchina va bene, quasi quasi torno indietro passando per Ripafràtta. Però, prima mi voglio bere un caffè in quel bar che vedo laggiù".
Arrivata nel parcheggio, accostò vicino al marciapiedi e spense il motore. Ma il motore, dopo aver borbottato qualche secondo sballonzolando la macchina su e giù che sembrava un sisma di Mercalli, non si fermò. Anzi, riprese a girare come se nulla fosse. Per fortuna, nel dipresso del bar v'era un capace meccanico esperto di motori a scoppio che aveva visto tutto. Si avvicinò alla macchina, si presentò educatamente a mia cugina dicendole che si chiamava Archimede e che ci avrebbe pensato lui ché di queste cose era pratico. "Qui c'è qualcosa che non va con gli ottani... le dispiacerebbe scendere, così le do un'occhiata?
Mia cugina, che qualche anno prima aveva avuto una brutta esperienza con un elettrauto che le aveva dato un'occhiata, scese dall'auto di malavoglia anche se giocoforza altro non poteva fare. Il meccanico aprì il cofano motore, e dopo averne attentamente auscultato i battiti esclamò: "Eureka! Ecco spiegato il guasto! Che benzina ha messo? Non avrà mica messo la normale, perché se così fosse le mancano degli ottani e il motore batte in testa!
Mia cugina si offese molto a sentir quelle parole, e gli rispose che nella sua famiglia al massimo poteva mancare qualche venerdì, ma non gli ottani. A casa nostra gli ottani non sono mai mancati perché avevamo degli ottani così, ma se voleva qualche isomero glielo avrebbe battuto in testa il fratello Pistone appena rientrato da fare il soldato! Enonsiazzardi più!
Ovvìa!   

Alberto Fremura





Storie e personaggi nei ricordi  
di uno strano organizzatore 
Quando Fremura si divertiva coi bugiardi

Nell’agosto 1999 Alberto Fremura lasciò la Torre di Calafuria per andare a Le Piastre dove, al Campionato della Bugìa, 
gli fu assegnato un premio alla carriera.

di Carlo Bartolini 


Narrando queste cose il piacere lo trovo spesso dipinto sul sorriso di chi ascolta mentre la voglia arriva, agevolando il racconto, dall’idea di non disperdere il ricordo degli anni dal 1995 al 2003, trascorsi a dare una mano, l’altra, i piedi, la testa e, soprattutto il cuore, come “Direttore-artistico-tuttofare” (sob!) di quel Campionato Italiano della Bugìa che, iniziato nel 1966, era stato inopinatamente interrotto nel 1990 a Le Piastre. Incoraggiato dall’esser nato, pur in anni diversi e lontani, lo stesso giorno del “Monti” (piastrese tanto bugiardo da raccontare di aver sparato a un falco con gli occhiali) e aiutato da memorie gelosamente custodite, eccomi a trasformarle in appunti a futura memoria non foss’altro perché, come ha detto qualcuno, “Verba volant, scripta manent!”.

In quelle edizioni potei contare sul contributo di complici celebri e preziosi ai quali sono tuttora legato da profonda amicizia come l’immancabile e irriverente fantasia di quel Sodalizio Muschiato (Associazione di Volontariato della Satira) ideatore del “Bugiardino di legno” assegnato ai politici che, rigorosamente al completo (un’assenza del Sardelli fu punita dagli stessi Sodali lasciandomi in ostaggio, per tre anni, un suo quadro) portava sul palco l’irrefrenabile creatività dei frizzanti spruzzi labronici. Sotto il magistero del sommo Alberto Fremura che ricopre la carica massima, figurano il professor Ettore Borzacchini (Accademico della Farina dei Semi di Lino), Stefano Caprina “Capras” (apprezzato grafico livornese), Marc Sardelli (pittore ufficiale della Marina Italiana, nonché vignettista, umorista, e quant’altro) e Federico Maria Sardelli (figlio del suddetto Marcello) noto compositore, vignettista e chi più ne ha, più ne metta. Il Sodalizio, da statuto, "rifiuta, categoricamente, ogni definizione e cittadinanza politica" e si riunisce avvalendosi della Profetica Assistenza di Francesco Genovesi, più conosciuto come "Checche di Montenero". Lui è l'uomo dei luoghi comuni, nonché del "compagnaggio attivo" perché primo fra tutti, lo spirito che muove i Sodali, è quello di stare in compagnia, godendo delle perle estemporaneamente lanciate come anatemi.

Nel diluvio del ’96 era stato così difficile gestire i giornalisti, premiare gli umoristi della sezione grafica e tranquillizzare i temerari superstiti che l’unico momento in cui rimasi con Federico, Stefano e Checche fu quando riparammo sotto l’arco nella piazza, a guardare i bozzetti.Poi la sera a cena, fra i disegni e le caricature dei vignettisti, Stefano ci parlò di Alberto Fremura. Ammiravo il Maestro (il Sodalizio lo chiama deferentemente così) sin dalle vignette su La Nazione degli anni ’70 e quando quel nuovo amico provò a chiamarlo invano al telefono, superai lo sbigottimento con la speranza di poterlo finalmente conoscere, un giorno. Come mai Fremura a quell’ora dormisse da un pezzo lo scoprii in seguito, e quando la Punto grigio chiaro metallizzato sparì, inghiottita dal buio della discesa verso Pistoia, pensai alla fortuna di Stefano che già nei lontani anni universitari, recandosi alla facoltà fiorentina di Architettura, incrociava il Maestro alla stazione labronica, nell’apparente casualità di ogni giorno. Soltanto successivamente seppe infatti che Fremura era lì, di prima mattina, per consegnare al macchinista del locomotore diretto a Firenze la vignetta da pubblicare su La Nazione il giorno dopo, garantendo così il puntuale arrivo del bozzetto.

Stefano me lo presentò a una cena livornese del ’98 a cui andammo io e l’amico Romano dopo essere passati a prendere lui e il padre di Federico, Marc (diminutivo di Marcello) che non conoscevo.
Al ristorante, in attesa dell’arrivo di Fremura, del Borzacchini e di Mario Cardinali (padre-padrone del Vernacoliere) il gestore ci accolse con una sequela di simpatiche sguaiataggini e anche se non ricordo il motivo di quel raduno voluto da un responsabile della cultura labronica, rammento che alla tavola affollata di commensali ebbi in sorte di avere davanti proprio il Maestro. La mia resistenza era durata fin troppo quando, prima del dolce, mi decisi a chiedergli un disegno; “Non ce la faccio…” mi rispose mentre, sul foglio, tentava virtuosismi con la stilografica nella mano destra; la sinistra, invece, sosteneva la testa ciondolante nel fluente biancore dei capelli, cercando di farmi capire il senso di quelle parole, apparentemente indecifrabili. Gli occhi cedevano al sonno ma, resistendo strenuamente con improvvise riaperture delle palpebre, portò comunque a compimento il suo sacrificio, rendendomi oltremodo felice di tornare a casa con l’ambita conquista.
 
Le Piastre 8 Agosto 1999 - Alberto Fremura con Carlo Bartolini sul palco del Campionato della Bugìa (Foto di Fabrizio Bargellini)
 

Le Piastre 8 Agosto 1999 - Alberto Fremura riceve da Carlo Bartolini la medaglia d’oro alla carriera (Foto di Fabrizio Bargellini)


“Ma è oro vero? Ché… dé, in questo paese di bugiardi...!” mi disse sorridendo a Le Piastre, mentre addentava la medaglia come facevano i mitici eroi dei film western, quand’ero ragazzo. Giorgio, l’orafo che l’aveva realizzata, era lì e orgoglioso annuì con la testa poi, con i fotografi intorno già pronti, il Maestro, non visto, si toccò le parti basse in segno di scaramanzia e mi sussurrò “…il vostro è davvero un bel gesto! Però, chissà perché, ho sempre pensato al Premio alla Carriera, come quello… che si riceve da ultimo!”. Nella successiva cena della Bugia il Maestro ripeté l’involontaria scena della testa ciondolante dal sonno e Stefano, finalmente, mi spiegò che quegli assopimenti avvenivano perché Alberto si alzava così presto per disegnare e dipingere che, alla sera, altrettanto presto cadeva nelle braccia di Morfeo. Lui, certo, avrebbe preferito quelle di belle donne ma, purtroppo, a quell’ora arrivava sempre e soltanto lui: l’implacabile Dio del Sonno.


Le Piastre 8 Agosto 1999 - Alberto Fremura con Carlo Bartolini al Campionato della Bugìa (Foto di Lorenzo Gori)


La Bugia del ’99 era finita con quel ricordo e sotto al cielo stellato fra i monti, ripensavo a quando, dopo aver conosciuto il Maestro nella provvidenziale cena livornese, mi era balenata l’idea di portarlo a Le Piastre; Stefano aveva poi fatto il resto e adesso ero lì, nell’assordante silenzio della notte, a inebriarmi solitario di quel sogno realizzato.


Le Piastre 8 Agosto 1999 – Alberto Fremura al centro, con (da sinistra) Federico Sardelli, Stefano Caprina “Capras”, Edoardo Marchetti e il professor Ettore Borzacchini (Foto di Carlo Bartolini)
 
Qualche giorno dopo, ancora Stefano, mi inviò questa stupenda presentazione:
Fremura, con quei baffoni da tricheco e quella faccia a “posalo lì” che distingue il vero conservatore dell’epoca giolittiana, chissà poi chi si crede d’essere per il suo quasi mezzo secolo di lavoro di matita, china e pennello eseguito un po’ dappertutto.
Però bravo è bravo. Glielo diceva anche un signore con i baffi altrettanto presuntuosi e sfacciati, un certo Giovannino Guareschi morto da chissà quanto ma che ancora si sente rammentare. Glielo diciamo noi, amici: “Guarda Alberto che sei proprio bravo…!” ma lui nulla. Accende il sigaro, fa spallucce e, come un mago con la sua bacchetta, intinge la cannuccia nella bottiglina della china e tira giù un prodigio.
Noi lo chiamiamo il Maestro. Si capisce che gli piace. E’ di conversazione piacevolissima finché è cosciente; dopo le nove, consumato un frugalissimo pasto, gli casca la testa nel piatto e s’addormenta; anche se è a cena dal Papa. Meno male che Giovanni Paolo con tutto quel viavai della famiglia D’Alema che ha in casa non lo invita tanto spesso; poi deve andare al cinematografo con Benigni, figuriamoci se pensa a Fremura.
Come un antico margravio Fremura sta in una torre davanti al mare; avvista feluche saracene, chiacchiera con i gabbiani, fa pipì di sotto dal parapetto del terrazzino direttamente nel Tirreno, attento ai colpi di libeccio. Se lo vai a trovare è contento e ti fa vedere un casino di lavoro che deve assolutamente finire per domani: quadri per una mostra, vignette per quotidiani, disegni per un amico che me lo ha chiesto per la partecipazione della cresima della su’ bimba come si fa a dire di no.
Il Maestro è felice; è invidiabile per questa sua felicità. Di un uomo che ha con se tutto quello che gli serve: un foglio di carta e un matita.

Prof. Ettore Borzacchini





Era l’ottobre 2003 e con l’amico “Ferro” viaggiavamo, nel tramonto, verso Livorno. Quell’insolita uscita era dovuta al calendario del CRAL Breda che ci eravamo messi in testa di realizzare con le vignette donate da grandi umoristi italiani; e non poteva certo mancare quella di Fremura. 



Disegno di Alberto Fremura per il Calendario CRAL Breda


La città era già al crepuscolo quando arrivammo, puntuali, a casa di Stefano che, oltre a custodire l’agognato acquerello del Maestro, curava anche la grafica del calendario, e dopo poco squillò il telefono. “Alberto ci aspetta alla Torre!” disse raggiante e partimmo. Di Calafuria serbavo vaghi ricordi estivi con auto incolonnate in sosta sul bordo della strada e bagnanti rinvolti negli asciugamani, sugli scogli. Quando parcheggiammo nel minuscolo piazzale vicino alla Torre, invece, non c’era nessuno; scendemmo dall’auto e lievissime gocce di pioggia si mescolarono a una nebbiolina vaporosa e leggera che non conoscevo in quei luoghi. Delle onde arrivava, nell’imbrunire, solo un fruscio che diventava poi suono leggero, laggiù sulle rocce, mentre la Torre era una sagoma scura e imponente. Il cancellino si aprì sui gradini con un accogliente cigolio e scorgemmo il Maestro, sulla porta d’ingresso, in cima alla scala. “Aspettate che accendo…”; i bagliori dei faretti sprigionarono una magia che portò alcuni gabbiani, ritardatari chissà da dove, a volteggiare ancora un po’ intorno al maniero. Nella soffusa luce dello studio gli porsi subito il pacchetto “Questo è per lei… glielo manda mia mamma!”; lo scartò impaziente e quando ebbe fra le mani l’Orangina e il castagnaccio di cui lo sapevamo ghiotto, mi disse “Grazie, grazie davvero!... A casa, però, non lo porto così potrò mangiarlo solo io, quando voglio…”. L’Orangina era un simbolo immancabile dei nostri raduni piastresi, mentre il dolce montano l’aveva preparato mia mamma ricordando la sua golosità di quando, alla cena livornese del “Secondo Borzacchini Universale”, ne aveva mandato uno alla moglie di Stefano che, conoscendo i suoi polli, lo aveva premurosamente nascosto nella borsa, appesa allo schienale della sedia. Chissà come, il Maestro venne però a saperlo e, scivolando silenzioso sotto il tavolo, passò carponi fra le nostre gambe, per raggiungere furtivamente l’ambita preda, che poi distribuì a tutti i commensali.


Il Maestro, nello studio della Torre di Calafuria, davanti a un celebre motto del Sodalizio Muschiato


Davanti a ognuno dei tre quadri che il Maestro stava dipingendo, in contemporanea sui cavalletti, c’era una grande lampada “Queste le accendo quando lavoro…” disse intuendo la nostra curiosità, prima di continuare “…qui, la luce è poca… ci sono solo queste!” e  accennò le strette feritoie d’antico avvistamento sul mare, poco sopra l’irregolare pavimento. Non ricordo il soggetto dei quadri, ma rammento che disse “Dipingo quel che la gente vuole… anche i ritratti di chi va in pensione. Me li ordinano i colleghi, per regalarglieli…” poi, prontamente aggiunse “…naturalmente chiedo loro almeno una foto tessera recente. Che sennò… me ne portano una di chissà quanti anni fa o con la persona così piccola, che nemmeno si vede!”. Sul tavolo, al centro della stanza, troneggiavano due grandi vassoi rotondi che raccoglievano altrettanti, inimmaginabili, cumuli di mozziconi di sigari. Erano gli avanzi delle sue volute e formavano due coni giganteschi in così precario equilibrio che bastava toccarne uno per farne cadere molti altri. “Li lascio per un signore di Livorno che li fa macerare prima di darli alle piante… Adesso, però, venite di sopra!”; salimmo la scala di legno, posticcia e addossata alla parete e ci ritrovammo nella stanza intermedia, anch’essa buia “Questa è la stanza delle riunioni del Sodalizio…” disse mentre indicava, sorridendo, il gran tavolo con le sedie intorno. “…ma, andiamo più su…!”. La piccola stanza in cima alla Torre era arredata con cura; un tavolinetto, un piccolo divano e altre scarne suppellettili. Il Maestro aprì le finestre… e apparve il Paradiso! 


Il Maestro, alla Torre di Calafuria
 
Perché solo lì, penso, ci sia un altro luogo come quello che vidi all’imbrunire di quel quieto giorno di ottobre.

video tour all'interno della Torre di Calafuria:
https://www.youtube.com/watch?v=1xvZiPLFv2E&feature=endscreen&NR=1 

Nel silenzio della marina al crepuscolo, mi avvolsero gli umidi profumi del Tirreno, calmo, e con i lontani profili delle isole toscane; mentre i gabbiani ci sfioravano, continuando a volteggiare in acrobazie impossibili. Rimasi estasiato; poi, bastarono davvero pochi passi per girare quel piccolo terrazzo affacciato sul mondo e, quando scendemmo di nuovo nella stanza dei cavalletti, mi sembrò di aver fatto il più bel viaggio della mia vita. Tornai alla realtà quando il Maestro mi guardò chiedendo “Avete invitato me e Stefano, a cena, nel ristorante qui vicino ma… chi paga?” sorpreso da quella domanda che credevo ovvia nella risposta, guardai “Ferro” che, senza indugi, rispose “…Noi!”


Il Maestro, nella sua poltrona preferita
 

A quel punto il Maestro si girò verso lo scaffale alla parete, scostò la tenda rossa che ne nascondeva i ripiani e si chinò infilandovi la testa per estrarre due grandi litografie che ci porse, tenendole delicatamente sugli angoli “Allora… questa è per te!...” “…e questa per te!”.
“Ferro” e io rimanemmo senza parole, con in mano quel veliero nella tempesta, fin quando qualcuno disse “Allora… si va a cena?!” 


La Torre di Calafuria (LI) - immagine di Lucarelli tratta da Wikipedia  


(qualora la pubblicazione violasse eventuali diritti d'Autore, vogliate comunicarmelo e l'immagine sarà prontamente rimossa. Grazie)


Nel settembre 2013 alcune pietre cadute dalla Torre di Calafuria fecero scattare l’allarme e la costruzione, di proprietà del Demanio (da cui Fremura l’aveva avuta in concessione nel 1974) fu transennata. Il Maestro dovette abbandonarla per sempre dissolvendo così quel binomio che ha accompagnato l’immaginario collettivo di un’epoca, ponendo fine alla storia di un grande artista e dello studio in cui trascorreva, in simbiosi, gran parte del suo tempo.