Salutamassòreta

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Gli Assiri a Olbia?


Scoperta una tavoletta di trachite che porta la firma di Nabucodonosor. L'importantissimo reperto potrebbe addirittura rivoluzionare l'Antico Testamento.

Olbia, dal n.c. Francesco Dotti

Un archeologo russo, il prof. Gregoriàn Mìrskij dell'Università di Taganròg, città natale di Cèchov, ha recentemente ritrovato in una località imprecisata nei dintorni di Olbia una tavoletta di trachite sulla quale era incisa, in ebraico antico e sumèro, la storia dell'assedio di Betulia, antichissima città della Palestina a metà strada fra Tiro, Damasco e Gerusalemme. La scoperta, che a dir poco ha del prodigioso, potrebbe addirittura rivoluzionare l'Antico Testamento. 
Il prof. Mìrskij, prima di ripartire per la Russia, ci ha gentilmente lasciato una prima traduzione del manoscritto, da lui stesso effettuata, dichiarandosi disposto a farla pubblicare sul nostro blog. E noi la riportiamo qui di seguito. 

 
Il libro di Giuditta


In quel tempo Nabucodonosor, re degli Assiri, abitava a Ninive, in pieno centro storico, in una casa dell'Inps a fitto bloccato di ben 250 cubiti quadrati (il cubito è una misura lineare pari alla lunghezza del gomito, corrispondente a circa 44 cm ndr) e piena zeppa di persiane. Quando però le genti della Galilea, invidiose del suo stato, si unirono a quelle di Damasco e della Samaria per fargli dare lo sfratto, Nabucodonosor si incazzò come una iena e giurò di sterminare tutti: Arfaxad, Ariac, tutti gli abitanti di Moab, i figli di Ammon, Jovanka e le altre, i Magnifici Sette, Rocco e i suoi Fratelli, Crik e Crok, Gianni e Pinotto e qualche altro. Dopo diciassette anni di guerra, giorno più giorno meno, vinse tutti, si dette alla pazza gioia e pagò da bere a tutta la compagnia. Intanto i giorni passavano, monotoni, tra banchetti, spuntini e sagre campestri e Nabucodonosor si annoiava a morte.
«Uffa, che palle!» si lamentava. «Ho vinto tutti: Arfaxad l'ho abbuffato di frecce come un puntaspilli, Chalud si è preso un tal cofano di palate che se lo ricorderà per un pezzo, i figli di Ammon sono ancora in ospedale. Ora voglio sterminare qualcuno!»
Così chiamò Oloferne, l'unico generale persiano con la licenza media, e gli ordinò di riempire le valli di cadaveri, poi, con quelli che avanzavano, di riempire anche i fiumi e i laghi vicini. Oloferne, che aveva un caratteraccio e si apprestava a fondare un nuovo partito che stava all'opposizione, non se lo fece ripetere due volte. Prese i cammelli e i gazebo e partì. Siccome era anche dispettoso, quando incontrava qualcuno che gli era antipatico innanzitutto lo faceva firmare al gazebo, poi lo sbrindellava e subito dopo lo faceva passare per la cruna d’un ago ancor prima del cammello perché il buco era più stretto. Infine, radeva al suolo le città, incendiando, per rilassarsi, qualche tenda e qualche villaggio qua e là, seminando terrore e morte al suo passaggio. Sterminando sterminando arrivò con l'esercito sulla costa, e in barba ai piani paesistici costruì un villaggio turistico abusivo con tremila posti barca per soli ricchi. 

Gli affari andavano bene, la Regione assira, poi, che non si era ancora riusciti a capire se fosse di destra o di sinistra, non lesinava certo i finanziamenti. Bastava pagare, e i permessi arrivavano in giornata. Oloferne, però, da uomo d'azione qual era, non sopportava l'idea di restare inattivo, e così un sabato sera, al ritorno dalla strage della discoteca, aiutato anche da qualcuno dei popoli che aveva sottomesso, pensò di assediare Betulia. Così decise di mandare le sue truppe a presidiare le sorgenti che fornivano d'acqua la città e ne bloccò tutte le vie d'accesso. In breve, a Betulia gli abitanti che non avevano una riserva idrica e l'autoclave cominciavano a risentire dell'assedio, e Ozia, capo anziano della città, figlio di Mica e padre dei Vizi, cercò di calmare il suo amato popolo convincendolo ad aspettare ancora qualche giorno prima di intraprendere qualsivoglia reazione e decidere il da farsi. Se, trascorso questo termine, nessuno fosse giunto in loro soccorso, allora si sarebbero arresi ad Oloferne. Intanto in città viveva una vedova, ancora nel fiore degli anni, di nome Giuditta. Era una bonazza assatanata da far paura che aveva sfiancato il marito, che pare non fosse neppure l'unico, a suon di sesso. Per questo motivo aveva deciso d'inventarsi parrucchiera in casa dedicandosi, quando poteva e cioè sempre, anche a massaggi particolari. Per far questo aveva messo degli annunci erotici sul Gazzettino di Galilea, e non passava giorno che qualcuno non le telefonasse per richiedere questo tipo di prestazioni.
Ad Oloferne, attento lettore, che comprava ogni santo giorno il giornale perché faceva collezione di inserti e che, dopo la macchina dei Carabinieri, stava costruendosi anche un sottomarino a rate, non erano sfuggiti i messaggi di Giuditta, così una sera le mandò un sms col cellulare per fissare un appuntamento. Sulle prime la vedova non volle cedere alle lusinghe del bellicoso generale: lei era di un altro paese, aveva altre abitudini, ma la curiosità vinse ogni pruderie.
«Anche se sono nata persiana» pensò, «non morirò da tapparella!»
Così si lasciò convincere, e nottetempo, accompagnata da tre ancelle fidate, si incamminò alla volta della villetta di Oloferne. Il generale, che quella sera stava seguendo in televisione l'ultima puntata del Festival di Samaria e la pubblicità dei concorsi a quiz che tanto gli piacevano, come la vide sulla porta se ne invaghì; scaraventò il televisore dalla finestra, e le promise solennemente che se fosse entrata in casa non le avrebbe toccato un sol pelo.
«Accidenti, che mira!» pensò Giuditta. «Questo sì che è un vero macho! Così abbronzato e pieno di muscoli. Altro che quel mollacchione di Menasse, mio marito, che schiattò di insolazione mentre mieteva l'orzo nei campi!»
Stettero un po' in salotto a parlare, poi Oloferne la invitò in pizzeria. Ma Giuditta gli rispose che non poteva fare stravizi perché delicata di stomaco e anche stitica, e così avrebbe spelluzzicato solo due crackers e una 'nticchia di yogurt, a patto che fosse quello coi fermenti lattici vivi.
«Almeno beviamo qualcosina». Propose in alternativa Oloferne, che
oltre ad avere quel carattere bizzoso che conosciamo era anche alcolizzato. Tuttavia non gli parve vero di restare a casa perché aveva terminato l'adesivo per dentiere, e se la pizza era come l'ultima che aveva mangiato, ti saluto gengive! «Ho qui un amaro per uomini indomiti che riparano vecchi aerei, salvano amici sull'orlo di precipizî e campane dagli abissi marini che ti rimetterà a posto le budella, tant'è insoavito d'erbucce e di genziane!»
«Grazie», disse l'amabile Giuditta, «lo gradisco molto volentieri, a patto che dopo andiamo nel granaio a far partorire la ciuca».
Così, scolata che ebbero l'intera bottiglia, se ne andarono felici cazzeggiando e rutticchiando a "godere del gusto pieno della vita".
Prima di cadere in un profondissimo sonno, Oloferne l'alcolista, che sentiva dentro di sé sempre più vivo e prepotente il desiderio d'impalarsi la bella Giuditta, in un impeto incontenibile le dichiarò tutto il suo amore e si offrì di prenderla in moglie. Aggiungendo che l'indomani, di buon mattino, dopo aver fatto colazione al bar del villaggio, si sarebbero recati dal levìta del municipio di Betulia al quale avrebbero richiesto i documenti necessari per il coniugio.
Giuditta acconsentì di buon grado, ma disse a Oloferne che un generale del suo calibro non poteva presentarsi dal levìta in quelle condizioni: con quei cernecchi pendenti dalle orecchie, lunghi, untuosi e spettinati e con la barba lunga di una settimana.
«Hai la testa così in disordine che sembra un mazzo di scarola». Gli disse suadente Giuditta. «A Betulia faccio l'estetista ed ho un negozio di parrucchiera in centro. Vedrai, ti darò una tal sistemata che farai un figurone! Ora, però, dormi senza indugio. Penseremo a tutto domani».
E così Oloferne, augurata la buona notte alla bella vedova, si addormentò sognando volùte a panierina, toppini, ciuffi e acconciature meravigliose. Giuditta, che doveva ancora dire le preghiere come faceva ogni notte prima di addormentarsi, ringraziò il Signore per aver scampato la serata in pizzeria e la strage del dopo discoteca, e si mise a letto. Ma non riusciva a prendere sonno. Il pensiero che l'indomani si sarebbe dovuta presentare in città al fianco di Oloferne non le dava pace, e si girava e rigirava nel letto in preda ad una strana inquietudine.
«Come farò domani? Pensa che figura con gli anziani della città a farmi vedere in compagnia di Oloferne!... In fondo è sempre stato un violento, un sanguigno. Quando beve, poi, chi lo regge più? Se fossi stata previdente e mi fossi portata dietro un minimo di attrezzatura, ma invece mi manca tutto: il fon, lo sciampo, le essenze, la giunchiglia, le forcine e il calamistro. E… se mi portassi invece il lavoro a casa? Ma sì..., faccio proprio così: mi porto il lavoro a casa!»
Detto fatto, Giuditta prese la spada che Oloferne teneva sul comodino per i duelli notturni e… zac! con un colpo ben assestato gli troncò di netto la testa da una basetta all'altra. Poi, non vista, uscì di soppiatto dalla camera dello scapicollato Oloferne, prese la testa del fu generale e la consegnò ad una delle ancelle che prontamente la infilò nel primo fustino di detersivo che le capitò a tiro. Mentre usciva dal villaggio, la serva incontrò un noto imbonitore televisivo il quale insistette fino alla noia per appiopparle due fustini in cambio di uno. Ma l'ancella, incrollabile, non si lasciò abbindolare e proseguì il suo cammino verso Betulia. Intanto, dentro le mura della città si era riunito il gran consiglio degli Anziani, che erano anche piuttosto incazzati perché sul televideo avevano letto che il governo assiro gli aveva bloccato le pensioni, ridotto la tredicesima e tolte le badanti. Era già notte fonda, ma Giuditta ancora non si vedeva. Ad un tratto, una delle sentinelle sentì gridare:
«Aprite! Aprite! Sono Giuditta!»
«Giuditta chi?» gridò la sentinella.
«Sono Giuditta, figlia di Merari, figlio di Ox, figlio di Giuseppe, figlio di Ozel, figlio di Elkia, figlio di Anania, figlio di Gedeone, figlio di Rafain, figlio di Achitob, figlio di Elia, figlio di Natanael, figlio di Eliab, figlio di Salamiel, figlio di Sarasadai, figlio di Simeone, figlio di Israele! Aprite quel cazzo di portone, perbacco!»
«Non ti credo!» gridò la guardia, sospettosa. «Aspetta, che chiamo il capoposto!» e andò a chiamare il capoposto.
«Chi sei?» gridò il capoposto.
«Sono Giuditta, figlia di Merari, figlio di Ox, figlio di Giuseppe, figlio di Ozel, figlio di Elkia, figlio di…»
«Ohé! Andiamoci piano con le parolacce e non cominciamo a offendere, sennò ti lascio fuori tutta la notte a puzzare con la testa di Oloferne! Eccheccazz...!!»
E così, finalmente, verso mezzogiorno, giorno più giorno meno, Giuditta, accompagnata dalla fedele ancella, entrò a Betulia. La testa di Oloferne,
per l'occasione tirata fuori dal fustino, fece ben presto il giro della città. Tutti la volevano vedere, toccare, e qualcuno se la voleva addirittura portare a casa per avvertire la suocera. «Accidenti che brutta testa! È proprio ridotta male» dicevano. «Ha la forfora e anche le doppie punte! Però gli hanno fatto un taglio perfetto!»
Così decisero di appenderla fuori delle mura di Betulia per fare réclame al negozio di Giuditta e allontanare le mosche.
In città, nel frattempo, anche il sommo sacerdote Joachim col mago di Oz e tutto il gran consiglio degli Anziani a reddito basso, vollero recarsi da Giuditta per complimentarsi con lei. «Brava! Accidenti che taglio artistico che gli hai fatto a Oloferne! Che dio ti benedica. Amen». Giuditta si inchinò e ringraziò. «Bene! Brava! Bis!» gridava intanto la folla entusiasta. Allora Giuditta tornò sul palco, si inchinò ancora e ringraziò, ma pregò tutti di non rompere più i coglioni perché doveva urgentemente spedire un ordine alla Vestro e la rinuncia all'abbonamento di Selezione che l’aveva scovata anche in Galilea.
Al villaggio di Oloferne, frattanto, era successo il quarantotto. Le truppe betuliesi avevano attaccato gli Assiri decimandoli e saccheggiando l'accampamento. Il bottino fu abbondante e pieno di oggetti preziosi. La villetta di Oloferne
, che era abusiva, senza abitabilità e per di più aveva la mansarda non sanata, fu messa all'asta e se l'aggiudicò la stessa Giuditta con un'offerta truccata; il mobilio, il vasellame, le gemme, i tesori e le rarità andarono anch'essi a Giuditta, e fu deciso di dare ugualmente a Giuditta il papillote, la coramella, il borlone, il dirizzatoio e il discriminale ché le sarebbero stati utili per il negozio. Così l’allegra vedova caricò tutta la mercanzia sulla sua mula di nome Tir, attaccò il rimorchio e se ne andò ringraziando commossa. «Ci vediamo tra qualche giorno a Gerusalemme, amici!» Disse, accompagnando il saluto con il gesto della mano sinistra portata nell'incavo del braccio destro piegato ad angolo retto. Il giorno dopo nella città di Israele ci fu grande festa: furono invitati cantautori locali e famosi complessi musicali giunti per l’occasione perfino dall’estero, e si cantò e si ballò per tre mesi di fila. Finita la festa e gabbato lo santo, tutti rientrarono alle proprie case. Giuditta ritornò a Betulia, smise di fare la parrucchiera e si mise a vendere alghe e prodotti dietetici in televisione in attesa che l'arrestassero. Non si sposò mai e campò di rendita fino a 105 anni, giorno più giorno meno. Poi si scocciò, e morì costipata e con la gastrite. Fu sepolta a Betulia vicino al marito, dopo aver lasciato un sacco di buffi in pizzeria.
Larga la figlia, stretta la zia, qui finisce la storia e così sia.

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