Salutamassòreta

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Alcatraz

Durante le recenti festività, complice il tempo atmosferico che anche da noi ha fatto i capricci, mi sono rimesso a frugare tra le mie vecchie cose accatastate un po' dappertutto. 
E così, fruga che ti fruga, indovinate un po' cosa ho trovato? Allora... avete indovinato? No? Va bene, ve lo dico io.
Ho trovato un pacchetto di vecchi negativi 6x9, rovinati dal tempo e dalle muffe, appartenuti ad un lontano prozio che, a causa di certi guai con la giustizia, tanti anni fa fu costretto ad emigrare per lavoro ad Altrac... Altraz... ad Alcatraz. 

 
Per contratto, ci sarebbe dovuto restare almeno una trentina d'anni, ma siccome quando emigrò di anni ne aveva 57, calcolando che si sarebbe liberato solo verso gli 87, decise di lasciare il lavoro anzitempo e dopo un paio d'anni se ne andò senza salutare nessuno rinunciando anche ai contributi. Questo fatto dispiacque molto al suo datore di lavoro, tanto che, insieme alle maestranze, si diede un gran daffare per ritrovarlo affiggendo, per tutta la California e gli Stati con essa confinanti, un numero imprecisato di avvisi recanti la sua immagine, sia di fianco che di profilo, aggiungendovi un lauto premio in denaro. Ma ogni ricerca risultò vana: di Frank "Due dita", questo il suo nome d'arte, nessuna traccia.  Disciolto, liquefatto, gassificato, evaporato, emulsionato, svanito nel nulla.
Ora, siccome insieme ai negativi ho trovato anche un paio di lettere dal fronte, dall'attenta lettura di una di queste, ancora più consumata e rovinata dei negativi, sono venuto a sapere che il nomignolo "Due dita" gli era stato affibbiato da alcuni suoi commilitoni quando, durante la Prima Guerra Mondiale, perse d'un botto tre dita della mano destra. Si legge che, bloccato insieme ai suoi compagni dal fuoco austriaco a quota "626", in una delle tante trincee del Carso che in quell'anno abbondavano alle pendici delle Alpi Giulie, una mattina il comandante del suo plotone chiese un volontario per portare un dispaccio al comando per avere rinforzi.
"Vado io!" - gridò il prozio Frank, alzando generosamente la mano destra. "Ta-pum!" - fu la subitanea risposta all'impavido gesto. Il maledetto cecchino austriaco, perennemente in agguato, anche quel giorno ebbe la sua vittima. Con un audace, quanto fortunato tiro a tre sponde: borraccia di Cavarzan, elmetto di Bortolon, padella di Brusadin gli portò via in un sol colpo mignolo, anulare e medio.
Ma torniamo ad Azaltr... Acaltr... Altzac..., insomma al nuovo lavoro che Frank avrebbe svolto nella baia di San Francisco. Lo avevano assunto alla "Rocca" perché era un tipo molto industrioso e pieno di fantasia. Quello che oggi si direbbe un "creativo"
Lo aveva scoperto un noto talent scout del luogo una mattina mentre tentava di smontare la Statua della Libertà per sostituirla con un'altra quasi uguale del noto burattino di collodiana memoria.

                                                      L'opera d'Arte del prozio Frank

Subito informati del fatto, accorsero a frotte prima i giornalisti - che in quel momento erano tutti ad Avetrana per certi fatti che sarebbero dovuti accadere di lì a qualche anno -, poi la polizia americana - ché anche quella non scherza -, e infine le televisioni - anch'esse ad Avetrana per filmare il plastico di una villetta che sarebbe dovuta apparire in una nota trasmissione televisiva una volta avuta la licenza edilizia
Insomma, la storia della statua e del burattino aveva fatto davvero scalpore. Il povero Frank, da principio si era giustificato dicendo che quello che stava per fare in fondo aveva un fondamento di verità... che sotto sotto gli americani qualche piccola bugia la dicono anche loro... e che poi, esteticamente parlando, una volta sistemato a dovere sul piedistallo, anche il burattino avrebbe fatto la sua bella figura. Macché! Quelli non vollero sentir ragioni e, burattino compreso, lo imbarcarono subito per una gita all'isola delle nebbie, dove arrivò nel pomeriggio inoltrato di due mesi dopo.


Il principale, avvisato per telefono dai giornalisti che intanto erano già sbarcati da qualche ora insieme alle televisioni, lo accolse a braccia aperte, gli spalancò subito il cancello e, una volta stabiliti i termini del contratto, gli mostrò la stanza dove avrebbe dovuto soggiornare. Inizialmente Frank si schermì dicendo che con due sole dita lavorava maluccio, e che se avesse dovuto spostare per esempio il faro che c'è lì, sulla punta, smontandolo, per sostituirlo con la statua del burattino, ci avrebbe messo un sacco di tempo. Il principale lo rassicurò dicendogli che non si doveva preoccupare, che aveva a disposizione tutto il tempo che voleva, e che in trent'anni, di cose, ne avrebbe spostate un sacco.


 Dopo i primi giorni, il prozio Frank cominciò a sospettare che lo avessero preso in giro. Di lavoro neppure l'ombra, e poi la camera era stretta, il letto poco confortevole, il bagno non era un granché - anche peggio di quello che aveva al paese -, la porta aveva le sbarre e, cosa peggiore di tutte, non poteva uscire quando voleva ma solo per un'ora al giorno, insieme agli altri operai del cantiere e ad orari stabiliti. 

                                  Alcune immagini dell'interno dell'azienda dove lavorava il mio prozio


                                    Lo stupendo panorama di cui godeva lo zio dalla sua camera



                                             La camera di "zio" Frank, vista dall'esterno

Più volte tentò di parlare col principale, minacciando anche di rivolgersi ai sindacati, ma senza ottenere risposte. Così, giorno dopo giorno, iniziò a insinuarsi nella sua mente l'idea di abbandonare il lavoro.
"Da domani mi metto in mobilità!" - disse una mattina, svegliandosi di buonora carico di energie positive. Ma lo spazio era quello che era, e nonostante si muovesse per tutto il giorno a destra e a sinistra, avanti e indietro, non arrivava mai da nessuna parte. Un pomeriggio, mentre stava seduto sul letto assorto nei suoi pensieri, si accorse che proprio sotto al lavandino c'era una grata.


"Chissà che ci sarà lì dietro..." - pensò. Incuriosito, piano piano iniziò a grattare con le due dita l'intonaco che c'era intorno. "Meno male che non è duro e viene via facilmente... e poi sono anche fortunato che ho solo due dita, così non sono costretto a piegare le altre tre mentre gratto con l'indice".
L'intonaco grattato via lo conservava dentro le tasche dei calzoni e ogni giorno, senza farsi vedere dai capicantiere, ne buttava un po' in giro per il cortile durante la pausa pranzo.
Poi la lettera continuava: parlava dell'abbandono del posto di lavoro attraverso l'intercapedine del muro, dietro al lavandino, di qualcuno che addirittura gli aveva sparato perché tornasse indietro, del fatto che, forse a causa degli scioperi, non ci fosse neppure un traghetto che a quell'ora tarda lo portasse sulla terraferma... dell'acqua fredda che gli gelava le ossa... insomma di tutto quello che gli era capitato prima di giungere dall'altra parte della baia. In certi punti facevo fatica a leggere, la lettera era strappata, rosicchiata dagli acari, l'inchiostro sbiadito e macchiato. S'intuiva, però, che il povero prozio doveva averne passate di tutti i colori.
Giunto a riva, Frank, asciugatisi alla meglio i vestiti allo spirare di Zèfiro, dopo un'ora di cammino trovò una ferrovia lungo la quale di lì a poco passò un treno merci sul quale si issò a fatica. Il vagone era abbastanza spazioso e trasportava materiali ferrosi dalla Germania. 


 Anzi, dalle targhette che lesse qua e là, il vagone stesso doveva essere di fabbricazione germanica e forse era stato agganciato, con tutto il suo contenuto, al resto del treno per poi essere trasferito in Germania.
Non avendo altro da leggere, distrutto dalla stanchezza, Frank si addormentò profondamente. La mattina seguente, aperta la pesante porta di ferro e legno del carro merci, si accorse di essere nel bel mezzo di una prateria americana, 


di quelle che si vedono nei film, e come vide in lontananza profilarsi le sagome di alcune case, forse un villaggio, approfittando del rallentamento del treno che in quel tratto percorreva una stretta curva, afferrandosi con la destra al maniglione di ferro dello sportellone, ratto come il fulmine si lanciò dal vagone.



"Ahhh!!" - gridò di dolore il meschino prozio Frenk "Due dita". L'infame maniglione "Made in Germany", forse lontano parente del cecchino che tanti anni prima gli aveva segato mezza mano, a causa di una piega che ne sagomava l'impugnatura verso il basso, gli aveva imprigionato l'indice amputandolo di netto. Frank capitombolò pesantemente alla base della massicciata, dove restò, in mezzo al pietrisco, al sangue e alla polvere, privo di sensi. 
Quando si svegliò il sole stava calando. Non sapeva per quanto tempo era rimasto svenuto, né dove si trovasse, non aveva un dollaro in tasca e aveva un altro dito di meno. 
E ora? Come lo avrebbero chiamato, ora che gli era rimasto solo il pollice? Frank "Un dito"?... "Pollicino"?... Oppure Frank "Monodattilo"? Ecco... Frank "Monodattilo" suona bene... e poi, come nomignolo, è anche cólto... gli ricordava vagamente il monòmetro dattìlico del mètro imenèo di elegìaca memòria, studiato al liceo tanti anni fa.
Ma vediamo cosa diceva ancora  la lettera... per il soprannome c'è sempre tempo. In quel momento, la cosa più urgente da fare era raggiungere un centro abitato per medicare la ferita, ma soprattutto per mettere qualcosa sotto ai denti.
Ah... ecco... la lettera, dopo un paio di strappi e altre parole illeggibili, continuava dicendo che Frank arrivò dopo qualche ora di cammino a una stazione di servizio, di quelle che fanno il turno anche di notte, che parlò col gestore e, mentre lui lo medicava, gli raccontò quasi tutta la sua storia - omettendo però di raccontare i fatti di Atral... Alcaz... Azatr..., insomma quel posto là da dove era scappato.


Seppe che si trovava vicino a Sierra Vista, in Arizona, nei pressi del confine messicano, e così domandò al brav'uomo se poteva dargli una mano - ne avrebbe avuto anche bisogno... -, che cercava un lavoretto per tirare su qualche dollaro per continuare il viaggio e tornare a casa sua, in Italia.
Il benzinaio, che da subito lo aveva accolto amichevolmente, lo mise subito alla prova convenendo che alla pompa di benzina, anche con una mano sola, Frank ci poteva lavorare tranquillamente. E poi, col pollice, una volta fatto il pieno, sollevando la mano, senza alcuno sforzo poteva sempre dire: "Okey!". E così andò per la pompa di benzina. 
Rimase alla stazione di servizio circa tre anni, poi ebbe una storia con la moglie del principale in seguito alla quale fu costretto ad andarsene di corsa. D'altra parte in quegli anni era riuscito a mettere da parte un discreto gruzzolo che, se non altro, gli avrebbe almeno consentito qualche mese di piena autonomia. E poi, così come era riuscito a trovare quel lavoro, ora che si era, diciamo, "specializzato" in pompe di benzina, non gli sarebbe stato difficile trovarne un altro simile. Per spostarsi, con le sue poche cose raccolte in uno zainetto a spalla, non ebbe difficoltà. Era sufficiente che alzasse la mano destra perché le poche automobili che passavano da Coronado Road inchiodassero proprio davanti a lui. La perdita del dito indice, lasciandogli intatto l'unico dito utile in quei frangenti, lo facilitava incredibilmente per trovare passaggi: d'altronde, c'è chi ha il "pollice verde" e chi ce l'ha "on the road". Lui, lo aveva "on the road" e, parafrasando Kerouac, i forti contrasti con la vita borghese di quel tempo, le belle donne, la musica jazz e tutto quello che gli era capitato, lo convincevano sempre di più a ripercorrere quegli itinerari così tanto cari allo scrittore. Durante gli spostamenti in auto, o in camion, a seconda di chi lo prendeva a bordo, venne a sapere che in una città chiamata Las Vegas, da qualche anno assurta a "capitale" del divertimento e del gioco d'azzardo, uno come lui si sarebbe trovato benissimo e poi, pensò, anche i risparmi non sarebbero durati in eterno. Insomma, tutto considerato, Las Vegas sarebbe stata un'ottima scelta, anche per cercare un nuovo lavoro. Dopo una breve tappa a Tucson, proseguì per Phoenix, e da lì per Las Vegas, dove giunse una mattina quasi all'alba. 

 
Fece un giro per la città, a quell'ora ancora deserta, e quando vide una stazione di servizio provò a chiedere al ragazzo seduto sotto alla pensilina se per caso lì avessero bisogno di un aiutante per la pompa. Gli fu risposto di tornare più tardi, perché il principale arrivava verso l'ora di pranzo, in bicicletta, e che per quanto lui ne sapesse una pompa ce l'aveva già e che la bicicletta di solito se la gonfiava da sé. Frank non polemizzò col ragazzo, era giovane, non conosceva nulla della vita. Gli disse che sarebbe ripassato più tardi e s'infilò nel primo bar che trovò aperto: il "Pepito's Hot Steack Beef New Inn".
Dopo aver ordinato un panino con frittata e il solito caffè americano, più acqua che caffè, rivolse la stessa domanda al barista, un messicano grasso e baffuto di nome Pepito Lindo, che era anche il proprietario del "Pepito's Hot Steack Beef New Inn". 
Da circa due mesi Pepito era rimasto da solo a gestire il locale: sua moglie, una cubista del vicino "Big Hot Horn Casino", era scappata, insieme a un'amica escort, con un tale di Arcore, un riccone simpatico e sempre pieno di donne, amante delle barzellette e conosciutissimo da tutti i procuratori distrettuali della contea. 


 Quando, più tardi, si accorse che Frank aveva in tutto sei dita, invece delle consuete dieci come tutti, e solo il pollice nella mano destra, non fece una piega. Gli disse che non si sarebbe dovuto preoccupare e che, anzi, dato che aveva l'ufficio al piano di sopra, se lo avesse cercato qualcuno Frank non avrebbe avuto difficoltà a spiegare dove fosse: gli sarebbe bastato alzare il pollice e avrebbe capito subito. A questo punto non sto a raccontarvi tutto quello che Frank fece a Las Vegas. Posso dirvi che vinse un sacco di soldi nei vari casinò, che ne sbancò addirittura un paio e che rimase in quella città molto a lungo. 
La lettera, alla fine, faceva intuire che aveva sempre in animo di rientrare in Italia. E credo che poi, dopo un periodo trascorso a fare lo sciamano in una riserva Shoshone nella Valle della Morte, ci sia riuscito.

 

D'altro canto, se avessi trovato prima questi documenti, avrei potuto chiedere a qualcuno della famiglia se avevano conosciuto il prozio Frank "ex Due dita, poi Monodattilo", ma siccome mi sono morti tutti i parenti più prossimi da un sacco di anni, dovrò accontentarmi di quello che ho letto. Comunque è una bella storia ed è un vero peccato che sia finita così presto.
Larga la moglie, stretta la zia, dite la vostra che ho detto la mia.
Francesco Dotti

4 commenti:

Franz ha detto...

Ma come ti è venuta in mente questa cosa?? Dovevi fare lo sceneggiatore,sembra la trama di un film!!
Bello il post e belle le foto!

Ciao caro

Tomaso ha detto...

Grazie caro Cecco che hai condiviso con tutti noi un ricordo che no svanirà mai.
Alcatraz la ho conosciuta solo nei film ma vedere foto inedite come queste non ho parole! grazie amico,
Tomaso

CeccoDotti ha detto...

Carissimo Tomaso, sono felice che ti sia piaciuto, e lo sono ancora di più perché Alcatraz lo abbiamo conosciuto solo nei film.
Meglio così...
Un caro saluto e a presto,
Francesco

CeccoDotti ha detto...

Lo so, sono bravetto...
In verità, ad Altr... Acatrl... Alatr..., insomma lì, ci ho passato 15 anni per pesca di frodo dal ponte di Brooklyn.
Avevo preso tre salpe e due boghe con un calamento a dodici ami, e non sapevo che in America era proibito.
Valli un po' a capire, questi americani.
Buona noche mon cheri