Salutamassòreta

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Cagliari

Ancora la Sella del Diavolo, a Cagliari. Volevo dipingere anche il cavallo, ma mi è scappato!

Olbia

Questa è la chiesetta campestre dello Spirito Santo. Edificata intorno al 1700 (se ben ricordo), si trova lungo la SS 125 in direzione San Teodoro, a pochi km da Olbia. 
Il giorno del Corpus Domini (sessanta giorni dopo Pasqua) vi si celebra una festa religiosa che termina in canti, balli sardi e una lauta cena con quello che passa il convento (in genere, pecora bollita, formaggio e naturalmente vino a fiumi).

Cagliari

Il Bastione di St. Remy, a Cagliari, mi ispira sempre moltissimo e così, ahivoi, ogni tanto mi coglie l'uzzolo di farne quell'acquerello che, probabilmente, di tanto in tanto vi riproporrò. Come questa versione, uguale alle altre nel taglio fotografico, ma diversa pittoricamente.
Anche in questo caso ho usato la solita matita grassa e ho sporcato il disegno con alcuni rimasugli di colore che avevo nel piatto. 

 
Tanto per non buttarli via, perché i colori diventano sempre più cari e io sono notoriamente tirchio. Molto tirchio.

Bersani all'Asinara


(nella foto Ansia-Plast alcuni disoccupati in mobilità precaria mentre si allenano al Tiro alla Cinghia)



Dal nostro corrispondente in Sardegna, pubblichiamo il discorso di Bersani, apparso il 19 novembre al "Palafornelli" dell'Asinara ai cassintegrati sardi.

"Care Amici, stimatissimi Amiche, Compagni tutte, checché se ne dica o se ne pensi, come diceva il mio amico Dahrendorf, la differenza tra ricchi e poveri, oltre che nel diverso livello di vita, sta proprio in questa differenza. E la colpa, oltre ad essere ancora una volta del berlusconismo e delle sue televisioni, è che c'è sempre chi la vuole cotta e chi la vuole cruda. Per dare una svolta decisiva, per vincere, allora bisogna saper essere alternativi all'alternanza, alternandosi nell'alternità. Ohi! E non mi si venga poi a dire che siam venuti fin qui a pettinare le anguille!
Anche se la vita non è tutta rosa, come diceva il mio amico Tarcisio Seppia, l'importante è saperla abbinare ai colori giusti. Soprattutto il 14 dicembre. Della crisi, poi, cari Compagne, se ne parla ormai da troppo tempo, ma invece di far convergere i nobili sforzi produttivi di chi questa crisi, ahimè, la vive sulla propria pelle - e penso non solo ai calzaturifici marchigiani di tutte le marche -, cos'ha fatto il governo in tutti questi mesi? Ha nicchiato tra i cannolicchi, lambiccandosi con gli alambicchi, e si è gingillato scavizzolando gli zizzoli con il suo legiferare ad personam. Senza pensare che, come diceva il mio amico Sisinnio Lèpido, mentre ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi, superior stabat lupus, longeque inferior agnus, hanno avuto l'imprimatur anche da coloro che di queste leggi avrebbero infine goduto anche senza il digitale terrestre.
E questo, care Compagni e Amici tutte, noi del Piddì lo avevamo capito da tempo, e se non andiamo in giro a dirlo è solo perché ci dobbiamo ancora mettere d'accordo. Su una cosa, però, ci troviamo uniti: non si può più andare avanti così ed è giunta l'ora di rimboccarsi le maniche. Tutte, anche le mezze".
Dopo il discorso, il segretario del principale partito italiano ha salutato i rappresentanti del direttivo "Fame & Aziende" e i segretari di tutti i circoli presenti ed è ripartito in gommone per Sassari da dove in serata, con un volo messo a disposizione dalla "Four Blacks Airways", è rientrato nella Capitale.
(dal n. c.  all'Asinara, Guittone da Bacu Abis)

Il dopo Berlusconi

E... dopo Berlusconi che ci sarà? Siccome alla frutta ci siamo già arrivati da un pezzo, se questa fantasia culinaria è il dessert, ora ci manca il caffè e l'ammazzacaffè.
Buona digestione!
(liberamente tratto dalla rubrica gastronomica "Guasto")

Stazzi

E' il "solito" acquerello, dipinto qualche anno fa durante una vacanza a casa dei miei suoceri, e rappresenta due caratteristici stazzi (abitazioni campestri, tipiche di quella zona della Sardegna chiamata Gallura) che si trovano nel territorio di Santa Teresa di Gallura (SS), in località Val di Mela. Sugli stazzi, infine, ho raccolto alcune interessanti informazioni storiche che vi scrivo qui sotto, così che anche voi possiate conoscere meglio la loro origine.

Gli stazzi galluresi
La comparsa dei primi stazzi si può far risalire approssimativamente al periodo romano e bizantino. In quel tempo, infatti, a causa delle frequenti incursioni dei pirati lungo le coste della Sardegna, gli abitanti si rifugiarono all’interno dell’isola e trasformarono le attività pastorali da migratorie a stanziali, dando forma alle prime tecniche di lavorazione della terra e all’allevamento del bestiame.


 I numerosi ruderi giunti fino a noi ci mostrano in che modo queste abitazioni - tipiche soprattutto della Gallura, anche se talvolta così diverse tra loro - siano state inizialmente edificate.


Osservando i muri esterni, privi d’intonaco e fatti di pietre rozzamente sbozzate tenute insieme col fango, vediamo che in molti casi essi andavano a formare un unico locale, generalmente a pianta rettangolare o circolare, alto circa tre metri, col pavimento in terra battuta. Il tetto, che era fatto di canne e travi di ginepro, veniva spesso coperto con delle semplici frasche.


All’interno, al centro della stanza, come in quelle che sono chiamate “pinnette” (capanne usate di solito dai pastori come rifugio durante le transumanze) si trovava un focolare per cucinare e scaldarsi nelle fredde notti invernali; mentre la finestra, piccola e senza vetri, serviva solo per far entrare un po’ di luce e d’aria. Nei periodi storici che seguono, col riassetto del territorio avvenuto in età feudale (aragonese e spagnola) e con la successiva chiusura dei fondi (“Editto delle chiudende” del 1820), lo stazzo subisce varie trasformazioni e si evolve sia per struttura che per dimensioni. Verso la fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, compaiono i primi stazzi a due piani e con più stanze.


 I muri esterni, in granito squadrato, ora sono ben rifiniti; il tetto, pur conservando l’antica orditura in ginepro e canne, è coperto con tegole; i pavimenti non sono più in terra battuta ma di rossi mattoni d’argilla e le finestre hanno le ante e i vetri. Di solito, per una migliore identificazione dei luoghi, al nome dello stazzo viene associato anche quello del proprietario.


 Ormai simili a veri palazzotti, alcuni di essi hanno anche un piano superiore con dei balconcini in granito, ornati da una ringhiera in ferro battuto lavorato, di stile spagnoleggiante.
(le fotografie, tutte di mia proprietà, sono state scattate da me medesimo girovagando per la Gallura. Se qualcuno fosse interessato, sappia che gli originali alla max risoluzione sono anche in vendita)
Francesco Dotti

Primarie Pd

Dice Bersani che bisogna dare un'aggiustatina alle primarie. Altro che aggiustatina, dico io!
Il Pd ormai è un giocattolo rotto. E, come spesso fanno i bambini a forza di frugarlo per cercare di capire com'era fatto, sono stati loro stessi a romperlo. 
L'unico che dalle noiose, ribollite e rifritte giaculatorie antiberlusconiane del "manica-rimboccato" Pierluigi potrebbe riuscire a recuperare qualcosa, secondo me, è Vendola: persona di notevole cultura e dalle idee certamente più chiare e concrete. 
Tutto il resto è... noia. Staremo a vedere...

Cagliari

Una veduta panoramica di Cagliari (in Inglese: "Casteddu"), vista dal piazzale di fianco alla Basilica di Bonaria.

Terronia

Ho letto da qualche parte alcune frasi polemiche che vedrebbero il Sud dell'Italia come una sorta di "palla al piede"  per l'altra parte del Paese che produce: il Nord, forse? 
Un'equazione, questa del "Sud = palla al piede", prodotta nel tempo soprattutto dal retaggio mediatico? È probabile. Ormai abbiamo imparato a prendere per oro colato tutto quello che leggiamo e vediamo, purtroppo.
Da parte mia, per quel poco che so e quelle poche idee che mi sono fatto negli anni, molti dei quali trascorsi proprio al Sud, ritengo invece che ciò abbia radici molto più profonde che affondano nella Storia e nel costante abbandono in cui lo Stato e i suoi mandatari, vassalli, valvassori e valvassini locali, hanno sempre tenuto queste popolazioni e tutto ciò che le circonda.
Peccato, perché nel clima risorgimentale che stiamo imparando ad apprezzare di nuovo con le prossime celebrazioni dell'Unità d'Italia, al di là della retorica, ci stiamo dimenticando di quanti patrioti, allora, e quante braccia-lavoro, oggi e l'altro ieri, quel vituperato Sud abbia dato a questo strano Paese malato di una profonda e terribile crisi d'identità.
Francesco Dotti

Olbia


Questa è una bella immagine del faro di Olbia, a primavera. Sole, mare, fiori e colori.
Servono per allontanare un po' il grigiore dell'inverno che è alle porte...

Sgambetto della libertà

Lo "strappo" di Fini era nell'aria da tempo, e dire oggi "me l'aspettavo", non ha più senso.  
Potrei dire, però, che lo sentivo aleggiare da quando si sono messi insieme. Sono due "galli" troppo importanti per lo stesso pollaio, e la lunga convivenza sarebbe stata molto difficile. 
Se mi passate l'esempio "motociclistico", un po' come Valentino Rossi e Jorge Lorenzo alla Yamaha: troppo bravi tutti e due. Perciò, secondo me, che non sono un politologo e che la politica mi sta come il commissario Basettoni sta alla banda Bassotti, ritengo che Fini non abbia fatto una bella azione. Soprattutto in questo momento, difficilissimo per l'Italia, con tutti i problemi che abbiamo e che nessuno è ancora stato capace di risolvere. 
Cosa pensano di fare, Fini & compagni, ora che si sono messi per conto loro e hanno "abbandonato la nave"? Faranno un nuovo governo, magari con qualcuno che li appoggia dall'esterno (ma chi, poi?) e, come per incanto, rilanceranno l'occupazione e la competitività? aumenteranno il Pil? faranno arrivare le famiglie alla fine del mese? faranno scendere gli operai dai tetti? leveranno la spazzatura da Napoli? ricostruiranno il centro storico de L'Aquila come era una volta, arrestando i terremoti e le alluvioni nel Veneto? restaureranno Pompei? risaneranno i conti pubblici?
Non credo proprio. Ricominceranno, invece, ne sono certissimo, a discutere tutti insieme di nuove alleanze, di cespugli, di "cose", rivoltando le gabbane qua e là secondo il vento che tira come in passato, e noi continueremo a starli a guardare e, purtroppo, anche a sentire.
Francesco Dotti

Alcatraz

Durante le recenti festività, complice il tempo atmosferico che anche da noi ha fatto i capricci, mi sono rimesso a frugare tra le mie vecchie cose accatastate un po' dappertutto. 
E così, fruga che ti fruga, indovinate un po' cosa ho trovato? Allora... avete indovinato? No? Va bene, ve lo dico io.
Ho trovato un pacchetto di vecchi negativi 6x9, rovinati dal tempo e dalle muffe, appartenuti ad un lontano prozio che, a causa di certi guai con la giustizia, tanti anni fa fu costretto ad emigrare per lavoro ad Altrac... Altraz... ad Alcatraz. 

 
Per contratto, ci sarebbe dovuto restare almeno una trentina d'anni, ma siccome quando emigrò di anni ne aveva 57, calcolando che si sarebbe liberato solo verso gli 87, decise di lasciare il lavoro anzitempo e dopo un paio d'anni se ne andò senza salutare nessuno rinunciando anche ai contributi. Questo fatto dispiacque molto al suo datore di lavoro, tanto che, insieme alle maestranze, si diede un gran daffare per ritrovarlo affiggendo, per tutta la California e gli Stati con essa confinanti, un numero imprecisato di avvisi recanti la sua immagine, sia di fianco che di profilo, aggiungendovi un lauto premio in denaro. Ma ogni ricerca risultò vana: di Frank "Due dita", questo il suo nome d'arte, nessuna traccia.  Disciolto, liquefatto, gassificato, evaporato, emulsionato, svanito nel nulla.
Ora, siccome insieme ai negativi ho trovato anche un paio di lettere dal fronte, dall'attenta lettura di una di queste, ancora più consumata e rovinata dei negativi, sono venuto a sapere che il nomignolo "Due dita" gli era stato affibbiato da alcuni suoi commilitoni quando, durante la Prima Guerra Mondiale, perse d'un botto tre dita della mano destra. Si legge che, bloccato insieme ai suoi compagni dal fuoco austriaco a quota "626", in una delle tante trincee del Carso che in quell'anno abbondavano alle pendici delle Alpi Giulie, una mattina il comandante del suo plotone chiese un volontario per portare un dispaccio al comando per avere rinforzi.
"Vado io!" - gridò il prozio Frank, alzando generosamente la mano destra. "Ta-pum!" - fu la subitanea risposta all'impavido gesto. Il maledetto cecchino austriaco, perennemente in agguato, anche quel giorno ebbe la sua vittima. Con un audace, quanto fortunato tiro a tre sponde: borraccia di Cavarzan, elmetto di Bortolon, padella di Brusadin gli portò via in un sol colpo mignolo, anulare e medio.
Ma torniamo ad Azaltr... Acaltr... Altzac..., insomma al nuovo lavoro che Frank avrebbe svolto nella baia di San Francisco. Lo avevano assunto alla "Rocca" perché era un tipo molto industrioso e pieno di fantasia. Quello che oggi si direbbe un "creativo"
Lo aveva scoperto un noto talent scout del luogo una mattina mentre tentava di smontare la Statua della Libertà per sostituirla con un'altra quasi uguale del noto burattino di collodiana memoria.

                                                      L'opera d'Arte del prozio Frank

Subito informati del fatto, accorsero a frotte prima i giornalisti - che in quel momento erano tutti ad Avetrana per certi fatti che sarebbero dovuti accadere di lì a qualche anno -, poi la polizia americana - ché anche quella non scherza -, e infine le televisioni - anch'esse ad Avetrana per filmare il plastico di una villetta che sarebbe dovuta apparire in una nota trasmissione televisiva una volta avuta la licenza edilizia
Insomma, la storia della statua e del burattino aveva fatto davvero scalpore. Il povero Frank, da principio si era giustificato dicendo che quello che stava per fare in fondo aveva un fondamento di verità... che sotto sotto gli americani qualche piccola bugia la dicono anche loro... e che poi, esteticamente parlando, una volta sistemato a dovere sul piedistallo, anche il burattino avrebbe fatto la sua bella figura. Macché! Quelli non vollero sentir ragioni e, burattino compreso, lo imbarcarono subito per una gita all'isola delle nebbie, dove arrivò nel pomeriggio inoltrato di due mesi dopo.


Il principale, avvisato per telefono dai giornalisti che intanto erano già sbarcati da qualche ora insieme alle televisioni, lo accolse a braccia aperte, gli spalancò subito il cancello e, una volta stabiliti i termini del contratto, gli mostrò la stanza dove avrebbe dovuto soggiornare. Inizialmente Frank si schermì dicendo che con due sole dita lavorava maluccio, e che se avesse dovuto spostare per esempio il faro che c'è lì, sulla punta, smontandolo, per sostituirlo con la statua del burattino, ci avrebbe messo un sacco di tempo. Il principale lo rassicurò dicendogli che non si doveva preoccupare, che aveva a disposizione tutto il tempo che voleva, e che in trent'anni, di cose, ne avrebbe spostate un sacco.


 Dopo i primi giorni, il prozio Frank cominciò a sospettare che lo avessero preso in giro. Di lavoro neppure l'ombra, e poi la camera era stretta, il letto poco confortevole, il bagno non era un granché - anche peggio di quello che aveva al paese -, la porta aveva le sbarre e, cosa peggiore di tutte, non poteva uscire quando voleva ma solo per un'ora al giorno, insieme agli altri operai del cantiere e ad orari stabiliti. 

                                  Alcune immagini dell'interno dell'azienda dove lavorava il mio prozio


                                    Lo stupendo panorama di cui godeva lo zio dalla sua camera



                                             La camera di "zio" Frank, vista dall'esterno

Più volte tentò di parlare col principale, minacciando anche di rivolgersi ai sindacati, ma senza ottenere risposte. Così, giorno dopo giorno, iniziò a insinuarsi nella sua mente l'idea di abbandonare il lavoro.
"Da domani mi metto in mobilità!" - disse una mattina, svegliandosi di buonora carico di energie positive. Ma lo spazio era quello che era, e nonostante si muovesse per tutto il giorno a destra e a sinistra, avanti e indietro, non arrivava mai da nessuna parte. Un pomeriggio, mentre stava seduto sul letto assorto nei suoi pensieri, si accorse che proprio sotto al lavandino c'era una grata.


"Chissà che ci sarà lì dietro..." - pensò. Incuriosito, piano piano iniziò a grattare con le due dita l'intonaco che c'era intorno. "Meno male che non è duro e viene via facilmente... e poi sono anche fortunato che ho solo due dita, così non sono costretto a piegare le altre tre mentre gratto con l'indice".
L'intonaco grattato via lo conservava dentro le tasche dei calzoni e ogni giorno, senza farsi vedere dai capicantiere, ne buttava un po' in giro per il cortile durante la pausa pranzo.
Poi la lettera continuava: parlava dell'abbandono del posto di lavoro attraverso l'intercapedine del muro, dietro al lavandino, di qualcuno che addirittura gli aveva sparato perché tornasse indietro, del fatto che, forse a causa degli scioperi, non ci fosse neppure un traghetto che a quell'ora tarda lo portasse sulla terraferma... dell'acqua fredda che gli gelava le ossa... insomma di tutto quello che gli era capitato prima di giungere dall'altra parte della baia. In certi punti facevo fatica a leggere, la lettera era strappata, rosicchiata dagli acari, l'inchiostro sbiadito e macchiato. S'intuiva, però, che il povero prozio doveva averne passate di tutti i colori.
Giunto a riva, Frank, asciugatisi alla meglio i vestiti allo spirare di Zèfiro, dopo un'ora di cammino trovò una ferrovia lungo la quale di lì a poco passò un treno merci sul quale si issò a fatica. Il vagone era abbastanza spazioso e trasportava materiali ferrosi dalla Germania. 


 Anzi, dalle targhette che lesse qua e là, il vagone stesso doveva essere di fabbricazione germanica e forse era stato agganciato, con tutto il suo contenuto, al resto del treno per poi essere trasferito in Germania.
Non avendo altro da leggere, distrutto dalla stanchezza, Frank si addormentò profondamente. La mattina seguente, aperta la pesante porta di ferro e legno del carro merci, si accorse di essere nel bel mezzo di una prateria americana, 


di quelle che si vedono nei film, e come vide in lontananza profilarsi le sagome di alcune case, forse un villaggio, approfittando del rallentamento del treno che in quel tratto percorreva una stretta curva, afferrandosi con la destra al maniglione di ferro dello sportellone, ratto come il fulmine si lanciò dal vagone.



"Ahhh!!" - gridò di dolore il meschino prozio Frenk "Due dita". L'infame maniglione "Made in Germany", forse lontano parente del cecchino che tanti anni prima gli aveva segato mezza mano, a causa di una piega che ne sagomava l'impugnatura verso il basso, gli aveva imprigionato l'indice amputandolo di netto. Frank capitombolò pesantemente alla base della massicciata, dove restò, in mezzo al pietrisco, al sangue e alla polvere, privo di sensi. 
Quando si svegliò il sole stava calando. Non sapeva per quanto tempo era rimasto svenuto, né dove si trovasse, non aveva un dollaro in tasca e aveva un altro dito di meno. 
E ora? Come lo avrebbero chiamato, ora che gli era rimasto solo il pollice? Frank "Un dito"?... "Pollicino"?... Oppure Frank "Monodattilo"? Ecco... Frank "Monodattilo" suona bene... e poi, come nomignolo, è anche cólto... gli ricordava vagamente il monòmetro dattìlico del mètro imenèo di elegìaca memòria, studiato al liceo tanti anni fa.
Ma vediamo cosa diceva ancora  la lettera... per il soprannome c'è sempre tempo. In quel momento, la cosa più urgente da fare era raggiungere un centro abitato per medicare la ferita, ma soprattutto per mettere qualcosa sotto ai denti.
Ah... ecco... la lettera, dopo un paio di strappi e altre parole illeggibili, continuava dicendo che Frank arrivò dopo qualche ora di cammino a una stazione di servizio, di quelle che fanno il turno anche di notte, che parlò col gestore e, mentre lui lo medicava, gli raccontò quasi tutta la sua storia - omettendo però di raccontare i fatti di Atral... Alcaz... Azatr..., insomma quel posto là da dove era scappato.


Seppe che si trovava vicino a Sierra Vista, in Arizona, nei pressi del confine messicano, e così domandò al brav'uomo se poteva dargli una mano - ne avrebbe avuto anche bisogno... -, che cercava un lavoretto per tirare su qualche dollaro per continuare il viaggio e tornare a casa sua, in Italia.
Il benzinaio, che da subito lo aveva accolto amichevolmente, lo mise subito alla prova convenendo che alla pompa di benzina, anche con una mano sola, Frank ci poteva lavorare tranquillamente. E poi, col pollice, una volta fatto il pieno, sollevando la mano, senza alcuno sforzo poteva sempre dire: "Okey!". E così andò per la pompa di benzina. 
Rimase alla stazione di servizio circa tre anni, poi ebbe una storia con la moglie del principale in seguito alla quale fu costretto ad andarsene di corsa. D'altra parte in quegli anni era riuscito a mettere da parte un discreto gruzzolo che, se non altro, gli avrebbe almeno consentito qualche mese di piena autonomia. E poi, così come era riuscito a trovare quel lavoro, ora che si era, diciamo, "specializzato" in pompe di benzina, non gli sarebbe stato difficile trovarne un altro simile. Per spostarsi, con le sue poche cose raccolte in uno zainetto a spalla, non ebbe difficoltà. Era sufficiente che alzasse la mano destra perché le poche automobili che passavano da Coronado Road inchiodassero proprio davanti a lui. La perdita del dito indice, lasciandogli intatto l'unico dito utile in quei frangenti, lo facilitava incredibilmente per trovare passaggi: d'altronde, c'è chi ha il "pollice verde" e chi ce l'ha "on the road". Lui, lo aveva "on the road" e, parafrasando Kerouac, i forti contrasti con la vita borghese di quel tempo, le belle donne, la musica jazz e tutto quello che gli era capitato, lo convincevano sempre di più a ripercorrere quegli itinerari così tanto cari allo scrittore. Durante gli spostamenti in auto, o in camion, a seconda di chi lo prendeva a bordo, venne a sapere che in una città chiamata Las Vegas, da qualche anno assurta a "capitale" del divertimento e del gioco d'azzardo, uno come lui si sarebbe trovato benissimo e poi, pensò, anche i risparmi non sarebbero durati in eterno. Insomma, tutto considerato, Las Vegas sarebbe stata un'ottima scelta, anche per cercare un nuovo lavoro. Dopo una breve tappa a Tucson, proseguì per Phoenix, e da lì per Las Vegas, dove giunse una mattina quasi all'alba. 

 
Fece un giro per la città, a quell'ora ancora deserta, e quando vide una stazione di servizio provò a chiedere al ragazzo seduto sotto alla pensilina se per caso lì avessero bisogno di un aiutante per la pompa. Gli fu risposto di tornare più tardi, perché il principale arrivava verso l'ora di pranzo, in bicicletta, e che per quanto lui ne sapesse una pompa ce l'aveva già e che la bicicletta di solito se la gonfiava da sé. Frank non polemizzò col ragazzo, era giovane, non conosceva nulla della vita. Gli disse che sarebbe ripassato più tardi e s'infilò nel primo bar che trovò aperto: il "Pepito's Hot Steack Beef New Inn".
Dopo aver ordinato un panino con frittata e il solito caffè americano, più acqua che caffè, rivolse la stessa domanda al barista, un messicano grasso e baffuto di nome Pepito Lindo, che era anche il proprietario del "Pepito's Hot Steack Beef New Inn". 
Da circa due mesi Pepito era rimasto da solo a gestire il locale: sua moglie, una cubista del vicino "Big Hot Horn Casino", era scappata, insieme a un'amica escort, con un tale di Arcore, un riccone simpatico e sempre pieno di donne, amante delle barzellette e conosciutissimo da tutti i procuratori distrettuali della contea. 


 Quando, più tardi, si accorse che Frank aveva in tutto sei dita, invece delle consuete dieci come tutti, e solo il pollice nella mano destra, non fece una piega. Gli disse che non si sarebbe dovuto preoccupare e che, anzi, dato che aveva l'ufficio al piano di sopra, se lo avesse cercato qualcuno Frank non avrebbe avuto difficoltà a spiegare dove fosse: gli sarebbe bastato alzare il pollice e avrebbe capito subito. A questo punto non sto a raccontarvi tutto quello che Frank fece a Las Vegas. Posso dirvi che vinse un sacco di soldi nei vari casinò, che ne sbancò addirittura un paio e che rimase in quella città molto a lungo. 
La lettera, alla fine, faceva intuire che aveva sempre in animo di rientrare in Italia. E credo che poi, dopo un periodo trascorso a fare lo sciamano in una riserva Shoshone nella Valle della Morte, ci sia riuscito.

 

D'altro canto, se avessi trovato prima questi documenti, avrei potuto chiedere a qualcuno della famiglia se avevano conosciuto il prozio Frank "ex Due dita, poi Monodattilo", ma siccome mi sono morti tutti i parenti più prossimi da un sacco di anni, dovrò accontentarmi di quello che ho letto. Comunque è una bella storia ed è un vero peccato che sia finita così presto.
Larga la moglie, stretta la zia, dite la vostra che ho detto la mia.
Francesco Dotti