Salutamassòreta

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Castello Acquafredda


Prima che il tempo faccia di nuovo le bizze (siamo ancora a marzo e tutto è possibile), ieri mattina ho messo in moto il mio amato cavallo in finta similplastica motorizzato Honda, fermo da almeno tre mesi, e sono uscito per una gita al castello dell'Acquafredda, nei pressi del paese di Siliqua. Una sessantina di chilometri, tra andata e ritorno. 


Un desiderio, quello di visitarlo, che ho da un sacco di anni ma che ogni volta accantonavo per i più svariati e stupidi motivi che non sto ad elencarvi. 
Alle 11, ora di Cagliari, fatto il pieno di benzina (10 euri, coi nuovi aumenti del governo Letta-Renzi), messa nel tascapane una bottiglia d'acqua e un succo di frutta - premuroso pensiero della mia gentile Signora - e riempito fino all'inverosimile lo zainetto con tutte le macchine fotografiche che ho collezionato in questi anni, ho varcato il cancello di casa e sono partito. Dopo una mezzoretta ero già in vista della solitaria collina in mezzo alla piana del Cixerri, dove tra la fitta boscaglia, a quota 256 metri s.l.m., svettano sinistramente le appuntite rovine del maniero. 


La rocca, che risale al XIII secolo e che intorno all'anno 1257 ospitò il conte Ugolino della Gherardesca, sorge su una preminenza di origine "andesitica", ovvero un fenomeno vulcanico piuttosto complesso causato dalla compressione della crosta terrestre e sul quale non mi soffermo. Anzi, a questo punto, se siete davvero interessati all'argomento, vi consiglio di cercare notizie più certe di quelle che potrei darvi io che non conosco assolutamente la materia. (vedi: http://web.tiscalinet.it/antarias/monumento.htm)
Salutato Matteo Pitzalis, Presidente della Cooperativa Antarias che cura la gestione del castello (vedi: http://web.tiscalinet.it/antarias/costi.htm e anche:  http://web.tiscalinet.it/antarias/scuola.htm), e fatto il biglietto, ho iniziato l'arrampicata verso la cima. 


Inizialmente non ho avuto grosse difficoltà: il sentiero è comodo, in mezzo a un fresco e ombroso bosco di pini, addirittura cementato e con una pendenza... ragionevole. Anche più avanti, dove il sentiero si restringe e inizia maggiormente a salire, non s'incontrano grosse difficoltà.



Tra l'altro, l'itinerario è segnato con dovizia di particolari e di tanto in tanto s'incontrano esaurienti cartelli che avvertono il visitatore che "bisogna procedere con cautela, stando attenti a non scivolare"; altri danno informazioni storiche accurate e precise del punto in cui ci si trova; mentre altri ancora, appesi agli alberi, ci consentono di approfondire le nostre conoscenze sulla flora locale. Insomma, tutto è organizzato a puntino e nulla è lasciato al caso. 





Lungo il tragitto s'incontrano vari stadi, ognuno dei quali rappresenta un livello di quella che un tempo deve essere stata una fortezza inespugnabile. 












Il "borgo" fortificato, con gli alloggi per soldati e famiglie; le mura di cinta, che immaginiamo presidiate da arcieri e balestrieri; e poi le torri, la cisterna per raccogliere l'acqua piovana e, a mano a mano che la salita si fa più ripida e il sentiero si snoda su alcune passerelle di legno, ogni tanto fa capolino tra il diradarsi della fitta boscaglia il Mastio: ultima roccaforte e ricovero del castellano e della sua famiglia, in grado di resistere agli attacchi nemici più cruenti.


  


 



Che davvero, specialmente in questo caso e guardando dove l'hanno costruito, avranno sudato sette... armature per arrampicarsi fin lassù!


Così mi sono immaginato quale poteva essere stata la vita di quella gente, ma soprattutto quella di Ugolino se avesse avuto una moglie esigente, pignola e pretenziosa, come anche oggi talvolta succede d'incontrare. 


 
"Ugolinooo! E' finito il latte!... Ugolinoooo! 'Un ciò più fiammiferi pe' iffoco!... Ugolinoooo! Hanno bussato a i'pportone... guarda chi è!" 
E Ugolino di qui e Ugolino di lì, e Ugolino di sotto e Ugolino di sopra, costretto ad assecondare i desideri della bizzosa Margherita, nata Pannocchieschi e coniugata Della Gherardesca, il povero conte passava le giornate salendo e scendendo per le anguste e ripidissime scalette in pietra di quel castellaccio dove aveva traslocato armi e bagagli in seguito alla nomina a Vicario di Sardegna.  
"Era meglio se rimanevo a Pisa come m'aveva detto il buon Ranieri - lo sentivano spesso lamentarsi nel corso delle sue quotidiane arrampicate in mezzo alla fitta boscaglia dell'Acquafredda, carico di provviste, con l'armatura che gli cigolava per la ruggine e la fronte imperlata di sudore che gli riempiva la gorgiera -, o al massimo a Ripafratta o a Motrone. Altro che esser confinato quassù in culo al mondo! E con tutto che siamo in mezzo alla campagna, non c'è neppure campo per il telefonino!"
Quanto lo capisco, il povero Ugolino! Specialmente oggi, che dopo quasi nove lustri di Sardegna m'è venuto in mente di scapicollarmi lungo le balze di quella rocca che per anni lo accolse, prima che finisse nell'altra, quella del Gualandi, dalla quale uscì solo coi piedi in avanti e più affamato che mai. 

Ma affamato lo ero anch'io, che non m'ero portato nulla da mangiare oltre alla bottiglia d'acqua che mi stava gorgogliando nella pancia a ogni passo che facevo. E così, salutato il buon Matteo, ho ripreso la via del ritorno sognando paste al forno e bistecconi fumanti. Lungo la strada, la SP 2 Pedemontana che da Cagliari porta a Carbonia, a un certo punto ho incontrato un cartello indicatore che segnalava: Uta, chiesa romanica di Santa Maria. "Questa non me la posso perdere", ho subito pensato svoltando a sinistra senza mettere la freccia. Attraversato agevolmente il centro abitato di Uta, seguendo i cartelli e chiedendo qualche informazione sono arrivato nella nuovissima piazza dove si erge la chiesa, di stile Romanico ed edificata intorno alla metà del XII secolo. (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Uta_%28Italia%29)
















Le foto che ho scattato ve la mostrano in tutta la sua semplicità e bellezza (si può dire, o è un ossimoro? Boh... ormai l'ho scritto).
Giunto a casa e parcheggiato lo scooter, senza neppure togliermi il casco e al grido di "Finalmente si mangia!", mi sono avventato su tutto quello che di commestibile ho trovato in cucina. 

Alla prossima, e grazie per la pazienza!   
       

2 commenti:

Tomaso ha detto...

Caro Francesco, sai quanto bello è scoprire qualcosa che ignoravi completamente!!! le tue foto sono bellissime, si vedo con chiarezza ogni particolare! non saprei cosa aggiungere! solo una parola!!!
Grazie caro a moica.
Tomaso

Cecco Dotti ha detto...

Grazie Tomaso! E' stata davvero una bellissima gita, aiutata da un tempo magnifico. Ho cercato di fotografare le cose più interessanti e spero di esserci riuscito. Anche se avrei ancora un sacco di foto, che ho scattato ma che non ho inserito per non fare un post eccessivamente lungo.
A presto, un caro saluto e buona serata,
Francesco